NEIL HALSTEAD E DANIEL MARTIN MOORE


NeilHalsteadbyydnaMentre Roma si riflette e si raddoppia sul tappeto d’acqua che scroscia copiosa, una linea di ombrelli gocciolanti si infila sotto il pròtiro della chiesa Evangelica Metodista di via Firenze. E’ la terza Church Session di Unplugged in Monti, l’appuntamento mensile con le performance acustiche che, mercoledì sera, ha ospitato sul palco il musicista britannio Neil Halstead, ex frontman e fondatore degli Slowdive e Daniel Martin Moore, in apertura. Due songwiter dalle origini e storie molto diverse, ma convergenti nella profondità malinconica delle loro composizioni. Una coppia perfettamente adagiata sul terreno sempre poco battuto dell’autenticità. Dalle vetrate delle bifore, la luce penetra a colorare la navata e prendono forma note che accompagnano la sala gremita in un viaggio, dal più morbido bluegrass del Kentucky, fino al folk rurale delle iconiche praterie della Cornovaglia. Daniel Martin Moore ha all’attivo 5 album, tre prodotti con SubPop e due con OK Recordings, l’etichetta, da lui stesso creata, per la promozione delle band del Commonwealth of Kentucky. Apre il concerto imbracciando la piccola chitarra acustica e regalando la magia dell’esecuzione all’intreccio sofisticato e credibile di una voce morbida e deliziosa, accompagnata da accordi appena sussurrati, attinti dalla tradizione country del Bluegrass State americano. Scomparendo, a volte, dietro al pianoforte a coda ad eseguire brani, anche inediti come “Golden Age”, che sarà la titletrack del suo nuovo album o la canzone preferita da sua nonna dal titolo “Who knows where the times goes”, dal suo primo, incantevole lavoro, “Stray Age”. Moore a Roma, non smentisce le attese e conferma la sua fama di musicista talentuoso, completo e curioso, tanto quanto l’headliner a venire. Neil Halstread ha un passato importante. Con gli Slowdive, disegnava spiraliformi paesaggi shoegaze, aperti sulle sconfinate pianure dreampop, ma è poi riuscito a traghettare la sua band verso quel prezioso ponte folkpop dei Mojave3, a cavallo tra la tradizione britannica e quella americana. Un diverso respiro, che ha prodotto scintillanti gioielli di luminosa malinconia come “Excuses for Travellers”, il disco perfetto dell’intera carriera di Neil, riproposto mercoledí, al pubblico romano. “Sleeping on Roads”, “Oh! Mighty Engine” e “Palindrome Hunches” riempiono il palinsesto della serata. Quella che sentiamo è musica vera, onesta, senza declinazioni e ammiccamenti. Dimenticatevi quindi le mirabolanti inondazioni soniche, le chitarre riverberate a scavalcare i volumi più dirompenti. Dimenticate i delay e gli echi shoegaze che stiravano la ritmica rock verso una quiete fatta decostruendo la tempesta. Dimenticatevi tutto quello che avete ascoltato fino agli anni ‘90. L’imperativo è uscire sotto la pioggia battente, con un paio di jeans, una giacca di velluto e una chitarra folk, riempirsi le scarpe di umidità e, passo dopo passo, arrivare a riposare su un collina di erba soffice, al chiaro di luna domandandosi, sulle note di “Full Moon Rising”, che cosa succederà domani, quando sorgerà di nuovo il sole.
Francesco Polacchini 

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