Mamma li Turchi


La cugina dell’amica Eleonora da Istanbul ha scritto questo, ve lo allego di seguito ma per maggiori informazioni consultate
Articoli Liberi di Frank Iodice

“Tutto è iniziato poche settimane fa quando un gruppo di poche persone si oppone all’abbattimento degli alberi del Gezi park a piazza Taksim. Sono pochi e, quando la polizia li disperde in poco tempo, nessuno se ne cura..
Poi succede qualcosa: la voce si sparge, vogliono davvero abbattere gli alberi della storica piazza simbolo della costituzione stessa della Turchia laica di Ataturk. Il governo abbatterà gli alberi per costruire una moschea e una caserma. L’indignazione si estende: la minaccia che si abbatte sugli alberi del Gezi park diventa il simbolo della svolta autoritaria che ha intrapreso questo governo negli ultimi anni. Un susseguirsi di provvedimenti che minacciano sempre di più i diritti dei cittadini. Ma non è solo questo: è la sensazione sempre più tangente che un governo – che aveva vinto le elezioni guadagnandosi il favore di gran parte della popolazione per la sua veste moderata – da tempo si è vestito di nuovo: è un governo che agisce ad un livello assolutamente arbitrario, che non solo non rappresenta più una parte del suo popolo, ma ammette chiaramente di non voler rendere conto del suo operato. Come dicesse “agisco come voglio e tu, popolo, non hai diritto di dire niente”. Questo è ciò che fa infiammare le persone, i turchi, persone che hanno ben presente cosa vuol dire diventare un popolo e una nazione, che ha impresso nella mente e nel cuore cosa significa essere turco. Sotto gli alberi del Gezi park le persone cominciano a reclamare il loro diritto ad essere ascoltati, in quanto turchi, in quanto popolo rappresentato.
Nei giorni seguenti in centinaia cominciano ad affluire nel parco. “Il parco è nostro” gridano, “piazza Taksim è nostra”.
Venerdì 30 maggio iniziano gli scontri duri. Le strade si riempiono di persone di ogni età, in uno spontaneismo assoluto: la gente decide di riprendersi il parco, con le buone, con le cattive. Ogni strada del quartiere viene invasa, gli scontri durano tutta la notte, gas lacrimogeni e idranti disperdono i manifestanti, il Presidente decide di far intervenire le forze d’acciaio. “Erdogan, oggi ci hai fatto davvero piangere” citeranno i giorni dopo alcuni cartelloni dei manifestanti alludendo al gas usato in questi giorni, un gas devastante, che brucia la faccia, infiamma gli occhi, impedisce di vedere e respirare.
Ma i ragazzi resistono. Le tifoserie delle tre squadre istanbuliote si uniscono e lottano spalla a spalla. Barricate sorgono nelle vie che portano a Taksim, le persone cominciano ad organizzarsi: dei gruppi speciali da tutta Istanbul mettono in gioco tutto. Equipaggiati con giubbotti imbottiti e maschere antigas professionali scendono a proteggere le barricate. È il Carsi, gli ultrà anarchici della squadra del Besiktas, che, per due notti di seguito, difendono palmo a palmo, ogni barricata fatta di massi divelti dal marciapiede, mondezza pronta a bruciare, ferri dei macchinari levati dal cantiere del Gezi park, autobus e automobili. Difendono, a mani nude o con i sassi, i manifestanti inermi all’interno della piazza. Giorni dopo, quando i manifestanti avranno occupato permanentemente il Gezi park, i ragazzi del Carsi entreranno nel parco tra gli applausi e la commozione della folla.
Chi non scende in piazza a lottare aiuta i manifestanti lasciando per la strada acqua, limoni, un particolare acido che neutralizza l’effetto del gas, chi, affacciato alle finestre batte a ritmo pentole e padelle in un concerto simbolo di una opposizione pacifica ma tenace, resistente.
Inizia così la storia del Gezi park: in pochi giorni i manifestanti si organizzano stabilmente. Le tende vengono alzate a centinaia, vengono costituite diverse infermerie di emergenza dove infermieri e medici offrono il primo soccorso a chi viene ferito durante le continue manifestazioni. Si crea un servizio d’ordine permanente che dalle barricate al Gezi, veglia sulla sicurezza del parco.
Tutto all’interno del parco è gratuito: dall’acqua al cibo, ai medicinali contro i gas sparati dalla polizia. Sorge una biblioteca dove la gente prende e da in prestito i libri. C’è anche un cinema, un palco dove si esibiscono musicisti, uno spazio bambini. C’è tutto ed è tutto perfettamente autogestito e gratuito. All’interno ci sono famiglie, bambini, universitari, liceali, lavoratori, e le minoranze di tutti i tipi: curdi che ballano in circolo l’alai, armeni in una via dedicata a Hrant Dink, ceceni, omosessuali, travestiti. Gente che dorme nel parco con la maschera antigas vicino alla testa e la mattina si sveglia per andare a lavorare e tornare poi la sera al parco. C’è un’atmosfera indescrivibile, meravigliosa, che fa vibrare il cuore e la mente.
Chiunque abbia visto il Gezi non potrà mai più scordarlo.
Per questo motivo, quando l’11 giugno la polizia ha sgombrato Taksim, la gente non si è arresa. Chi ha visto e vissuto il parco e visto l’efferatezza della polizia, i feriti e il gas non ha potuto fare a meno di scendere di nuovo in strada. Il parco è cresciuto: è stata allestita una mostra fotografica degli scontri, un museo del Gezi park e la gente ha cominciato a riaffluire a centinaia con buste di generi alimentari e medicine da distribuire nel parco. Poche sere dopo un pianista tedesco suona il suo piano nella piazza, circondato da migliaia di persone commosse e là, a poche centinaia di metri, la polizia che presidia la piazza.
Poi è arrivato ieri. Alle 8 di sera, uno dei momenti di maggior affluenza al parco – soprattutto di famiglie, studenti e turisti – la polizia irrompe nel Gezi sparando lacrimogeni e con gli idranti. In poco tempo le strade si ammutoliscono, la gente non capisce che succede, molti piangono, altri semplicemente sono attoniti. Le scene sono strazianti, una telecamera mostra il parco ormai deserto e le ruspe che devastano tutto ciò che incontrano, tende, stand. Un’immagine fa rabbrividire: un albero ricoperto di foglietti colorati con su scritti i desideri dei manifestanti che era diventato uno dei simbolo del Gezi viene bruciato dalla polizia.
È la fine, oppure l’inizio.
Gli scontri cominciano poco dopo, i manifestanti fuggiti dal parco si sono radunati nei quartieri vicini, la città si infiamma. Da allora fino ad adesso.
Ad ora sono circa 25 ore che i turchi si battono in ogni posto della città.
Io scrivo da casa, finestre chiuse perché le ondate incessanti di gas fanno soffocare, mentre fuori continua incessante il tintinnio di protesta di pentole e padelle, l’elicottero della polizia sorvola incessantemente la città, i manifestanti passano a ondate sotto casa urlando, quando non storditi dal gas, “her yer Taksim, her yer direnis”, ogni posto è Taksim, in ogni posto è rivolta”.
Ed è veramente rivolta. A migliaia i turchi si stanno battendo a con le unghie e con i denti per reclamare il loro diritto di essere ascoltati. Sono disposti a essere picchiati, esposti a gas e idranti, a essere arrestati, a essere uccisi.
Ma lottano.
Dunque, la prossima volta che me lo chiederanno, dirò “sì, è vero: mamma li turchi”.

Di Giulia di Bernardini

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