STR# Nice tales… from Nice city


“Que quieres hacer de tu vida? …La falta de respuestas, de eso nace tu filosofía”. Ci sono occhi bruni che ti parlano con una certa schiettezza dall’alto dei loro zigomi sporgenti. Progetti? A cosa servono i progetti? Ti fanno solo scoraggiare perché poi non sei in grado di realizzarli, inoltre ti fanno perdere del tempo prezioso dato che proiettandoti nel futuro perdi di vista il presente. E non te lo godi. Questa è la filosofia di Daniel, un ragazzo messicano che è da poco stato a Napoli ad imparare come si fa a fare la pizza, e che appena mi ha visto spignattare nella cucina dell’ostello si è affacciato per chiedermi di potere assaggiare il mio risotto di zucchine. Mmm que bueno! Però bisogna assolutamente metterci sopra delle gocce di limone, così sarà ancora meglio, dice. Audrey si sporge dalla seggiola della reception, che cos’è questo profumo? “J’en ai trop, tu veux?” le chiedo. Ok, in compenso prepara due tazze di tè, una per me, una per lei. Mangiamo tutti e tre insieme, una coppia di americani incuriositi seduti nel salottino all’ingresso mi chiede che cosa ci ho messo dentro. Spettacolare! Olio, cipolla, zucchine e poi riso. Da mescolare tutto insieme, ma per ordine. Amazing!

Audrey è francese di Montpellier ma di origine portoghese, è arrivata da Parigi nel sud della Francia l’estate scorsa. Non conosceva nessuno. Non aveva nemmeno un lavoro. Ha studiato lingue quindi non è stato troppo complicato per lei trovare un impiego nella turistica Nizza. Lavora in ostello 12 ore al giorno per 3 giorni, il quarto giorno fa 8 ore. Poi a turno ha 3 giorni di riposo a casa. Dopodiché si ricomincia. “Moi? Je voudrais apprendre toutes les langues! Parlame italiano, por piacere”.

Due ore prima Roberto mi vede leggere seduta per terra sui cuscini del salotto comune. Mi chiede: “Come va? Tutto bene?”, io sorrido. Con il suo accento torinese mi ribatte: “Ma lo vuoi un caffè italiano?”. Roberto assomiglia un po’ a Giovanni di Aldo, Giovanni e Giacomo. Piccolino, di bassa statura, ma senza il baffo. Ha lavorato 13 anni alla Fiat, poi è rimasto a casa. Si è riciclato come elettricista, magazziniere, trasportatore e montatore di divani. Ha lavorato anche in pizzeria. Poi si è stancato, e tre anni fa ha deciso di varcare il confine di appena qualche chilometro, scelta che gli è valsa la salvezza. E che gli ha salvato la speranza. “Perché in questo mondo bisogna lavorare, sì, se bisogna lavorare! E sennò la pensione chi te la dà? Non te la regala mica nessuno!” A 57 anni fa il tecnico sia dell’ostello, sia dell’hotel che appartiene allo stesso gestore. Se c’è un problema, è lui che lo risolve. Il gestore gli ha dato in uso il piccolo monolocale al piano terra del palazzo, così appena esce sul vano delle scale è già arrivato al suo luogo di lavoro! In questi giorni è impegnato a montare l’impianto elettrico delle nuove camere che il proprietario ha acquistato al secondo piano dello stesso edificio. Si lavora, qui! Racconta che in Italia aveva una compagna, ma le cose non sono andate come pensava. A Torino ha ancora due fratelli e una nipote, ma a parte loro non gli sono rimasti altri vincoli con l’Italia.”Quando torno, io mi vergogno di essere italiano. Salgo sui regionali francesi, da Nizza a Ventimiglia. Sono puntuali, sono nuovi, veloci ed efficienti, non dico che ci puoi mangiare per terra ma sono puliti. Sono i treni dei pendolari francesi. Poi fai il cambio a Ventimiglia, e ti tocca il regionale italiano fino su, a Torino. Sporco, puzzolente, tutti stipati nei vagoni che hanno sì il climatizzatore, ma che non funziona mai. E poi l’autobus, in mezzo al traffico. Com’è possibile che tutti si lamentano, ma poi nessuno paga il biglietto? Se nessuno paga il biglietto, come fanno a migliorare il servizio locale?”. Parole sante, Roberto.

Célina mi chiama spazientita: “Est ce que vous arrivez, ou pas? Ça fait déjà 10 minutes que je vous attends”. Ha perfettamente ragione. Però l’appartamento che mi deve fare visitare oggi è davvero lontanissimo. Mentre sono ancora sul bus penso già di scartarlo, non posso fare ogni giorno tutta questa strada per andare al mio nuovo lavoro. Mi scusi, sono davvero dispiaciuta, le dico mentre sto arrivando all’appuntamento correndo con la cartina della città in mano. Volevo avvisarla per tempo ma forse ho registrato male il numero che mi ha dato, non rispondeva nessuno. “Quel cellulare non lo posso portare con me, lo devo lasciare in ufficio. È della mia capa” mi spiega in francese. Nel frattempo l’espressione del volto da irritata diventa indulgente. Mi dice che mi capisce, perché non è facile orientarsi in una nuova città, figuriamoci trovare casa. L’appartamento è al settimo piano, nel quartiere tipico della villeggiatura estiva di massa. Appena tira su le tapparelle, ecco il mare. La vista è splendida, mi immagino in questa terrazza d’estate a sorseggiare un bicchiere fresco durante il tramonto con le palme. Peccato che l’appartamento sia completamente vuoto! C’è solo il wc, la doccia e il lavandino. In cucina invece c’è un mobiletto che funge da lavello, ma è così instabile che sembra la cucina della casa delle Barbie. “Il proprietario ha detto che c’è la possibilità di mettere la lavatrice” “Bene, almeno quello!” le rispondo. “Sì, infatti c’è l’attacco della corrente, ma poi così come il frigo, il letto, il tavolo e tutto il resto, lo dovrai comprare tu”. Mmm penso, con che coraggio! Se avessi avuto più tempo per trasferirmi, avrei potuto con calma cercare i mobili. Ma addirittura comprare gli elettrodomestici, quello no! Finché si tratta dell’armadio, delle sedie, eccetera, ci possiamo arrivare, ma così diventa troppo. Célina mi vede un po’ in difficoltà, allora mi suggerisce il nome di un discount dove comprare arredamento a poco prezzo. “Réfléchissez vous, s’il vaut la peine”. Eh già, ne vale la pena?!? Mentre scendiamo mi chiede com’è la situazione in Italia. Le dico che è così così, i contratti di lavoro cambiano continuamente (quando te li rinnovano) e non hai mai la possibilità di farti almeno un anno di fila tranquillo. “Oh, je comprends bien alors que vous etes venue ici!”. Mi fa l’in bocca al lupo, sembra una sorella maggiore. Poi deve tornare all’agenzia, si fa promettere che entro lunedì la chiamo per dirle sì o no. Scompare di fretta tra la folla.

Ho camminato molto in questa settimana. Di giorno a visitare case qua e là in ogni angolo della città. Di sera, a trascinarmi armata di bagagli nelle case di chi mi ha ospitato. Kelley vive sotto ad un tetto, nel vero senso della parola. Ha trovato uno studio, se così lo vogliamo chiamare, all’ultimo piano di un palazzo antico. La soffitta un tempo era la dimora del personale di servizio dei grandi appartamenti borghesi dei piani sottostanti. Ha un monolocale dove dorme e mangia, con una minuscola toilette. Poi ha in affitto un’altra stanza, che funge da ripostiglio-cabina armadio. Però è separato dal resto del mini appartamento, per accedervi bisogna uscire, tornare sulle scale, e con un’altra chiave aprire un’altra porta dello stesso pianerottolo. Questo vuol dire che per cambiarsi ogni sera e ogni mattina deve uscire di casa armata di chiavi e ciabatte! Kelley è molto accogliente, mi dice che anche lei quando è arrivata non conosceva nessuno, e che si è fatta ospitare a sua volta da altre persone che abitavano già in città. Così mi accompagna di persona a comprare una scheda sim per avere un nuovo numero francese, mi fa da interprete quando i ragazzi del negozio mi intortano per accalappiarmi le tariffe che costano di più. Alla fine ce la facciamo e torniamo a casa. Sulle scale incrociamo il suo ragazzo, Bassem. Eravamo uscite, vieni su con noi, gli dice. In casa Kelley mi dà la sua password internet, così che posso usare la sua connessione per vedere se qualcuno mi ha risposto all’annuncio per la casa. “Fais comme chez toi”, mi dice. Non vuole nemmeno che li aiuti a cucinare, posso stare tranquilla a guardarmi le mie cose. Bassem prepara un’ottima harissa, Kelley nel frattempo impasta farina e acqua per preparare delle gallette da abbrustolire in padella. Insieme fanno una zuppa di verdura, lui taglia i pomodori, lei la cipolla. Mentre cucinano, lui ci tiene a spiegare che il suo nome in arabo significa “sorriso”. “È un bel nome, gli dico, il mio invece non significa niente”. Ride. Kelley lavora come lettrice madrelingua di inglese nelle scuole elementari. Ha il visto soltanto per altri 6 mesi, già rinnovato una volta, quindi quando scadrà dovrà per forza ritornare negli Stati Uniti. Bassem ha deciso che andrà con lei. Fino a poco tempo fa lavorava come cuoco in un ristorante, ora però è rimasto senza lavoro. Gli piacerebbe aprire un ristorante tutto suo, magari insieme al cugino, ma non a Nizza. È nato e cresciuto a Parigi, ma la sua famiglia è di Tunisi. Racconta che non c’è paragone tra i due mondi, tutti vengono in Europa per cercare fortuna, ma non si rendono conto che la fortuna ce l’hanno già. Ad essere nati in un paese caldo, dove c’è tanto spazio e la gente non si stipa in dei buchi come questa soffitta per vivere. Lì le case sono grandi, e c’è tanta natura. Vorrebbe da vecchio tornare nel suo paese d’origine, ma non sa se lo farà mai. Intanto pensa all’America, dove la gente è meno chiusa nei cliché. Perché in America se fai vedere che sei bravo, ti danno fiducia. Qua invece devi avere già i soldi, già qualcuno che ti appoggia, le garanzie…

Poi se ne va, questa sera la casetta della sua ragazza è già sovraffollata. Noi ci addormentiamo subito, io sono stanca morta dal lungo viaggio.

“Sto prendendo adesso il treno, tra un’ora sono a Nizza”. La sera successiva mi ospita Andrea, che è un amico di amici di amici di Bologna. Lavora a Monaco, ma vive a Nizza. Ha trovato alloggio per caso, mentre guardava gli annunci appesi in strada uno stravagante signore di nome Orwin gli ha offerto ospitalità nella sua grande casa in pieno centro. All’inizio si trattava di un periodo limitato, fintanto che non trovasse un alloggio definitivo, ma poi sono andati d’accordo da subito ed è rimasto là. La casa è davvero originale, le pareti di ogni stanza e le porte sono dipinte con i colori più svariati, tutti raggianti. Così c’è la stanza arancione e gialla, la stanza rosa e verde, la stanza rossa, e così via. Andrea fa il grafico per la comunicazione in un’azienda di Monaco, Orwin fa lo psicoterapeuta, viaggia, fa meditazione e scrive libri. “Andrea, est ce que tu m’aiuteresti a spostare dei mobili in salone?”. Io sono appena arrivata, ma mi permetto di sbirciare dalla porta e di osservarli mentre insieme alzano lampade e tavoli. Che strana coppia di coinquilini! “U-huuu, fais comme se fossi a casa tua. Io stasera vado a cena fuori. Domani non ho sveglia. Spero di rivederti!”. Ringrazio Orwin e lui esce. Da dietro la chioma rada ma lunga e scapigliata mi sembra lo scienziato pazzo! Mangiamo nella cucina, ovvero la stanza gialla e arancio, un tacos molto buono. Dopo il couscous potrei specializzarmi anch’io in tacos! Poi usciamo, fuori di sera si sta davvero bene. Non sembra affatto il 30 novembre. Dopo un po’ arriviamo allo snack bar gestito da due amici di Andrea, Fabien e Julien. Le serrande sono abbassate. Andrea bussa e aspettiamo qualche minuto. Dopo un paio di tentativi dall’entrata secondaria sbuca Julien, che ci fa entrare per la porticina laterale. Dentro in realtà ci sono ancora un paio di amici clienti, seduti sui tavolini a bere una birra. Fabien invece sta ancora lavorando dietro al bancone. Il bar è chiuso, ma avendolo aperto soltanto da un paio di mesi approfitta della sera per fare qualche ritocco. Mentre ci offrono una birra infatti uno pulisce la cucina, l’altro pittura le mensole. Nel frattempo un uomo seduto a uno dei tavoli ci dice in spagnolo che la porta del bagno l’ha dipinta lui. “Mira! La de verte!”. E così vado a vedere la porta del bagno, è coloratissima e sgargiante, mi piace. In questa serata piena di colori salutiamo tutti quelli che rimangono al bar, e con Andrea e Julien andiamo a fare due passi, passando per la spiaggia e per la città vecchia. Si sono conosciuti in ostello, sono arrivati entrambi in città nello stesso periodo. Julien viene dalla Normandia, ovvero dall’estremità opposta del paese. Ha conosciuto per caso Fabien mentre stava aprendo il suo nuovo bar. Gli ha offerto al tempo stesso di condividere sia la casa, sia il lavoro. Fabien ha meno di 30 anni, ed ha aperto un locale tutto suo. Niente male per una città che vive di turisti ricchi: penso per esempio a come potrebbe essere possibile fare una cosa del genere a Venezia. Forse tra mille autorizzazioni e documenti, e dopo averti richiesto l’estratto conto dei genitori, ti direbbero che sei in lista di attesa perché prima di te ci sono altri dieci ristoratori storici che vogliono arrotondare con un nuovo esercizio commerciale. Mah!

Dopo il bidone di Gregory, un giovanissimo proprietario che doveva farmi vedere due dei suoi appartamenti, ma che me ne ha fatto visitare soltanto uno, finisco con l’ultima casa della giornata. È una casa sul porto, anzi, una villa. Gli inquilini sono molto simpatici, c’è addirittura il giardino e la vista sul mare. Peccato che la stanza libera in affitto sia il corridoio! Si tratta infatti del vano che precede l’ingresso alla terrazza. Uno degli inquilini mi dice che d’estate sarà il passaggio obbligatorio per tutti gli inquilini che vogliono arrostirsi al sole, prima di attraversare la strada e tuffarsi al mare che sta proprio di fronte. Delusa e stanchissima prendo l’ultimo bus della giornata, e mi dirigo a casa di Bruno che mi ospiterà per un paio di giorni, prima di concludere la settimana in ostello.

Bruno è al secondo anno di master in Diritto dell’Ambiente. Viene da un paese che ha dei grossi problemi in materia di rispetto dell’ecosistema, il Brasile. È sicuro che una volta laureato, tornerà in Brasile perché è quello il suo paese, e sente che dovrà lavorare per la sua giusta causa, proprio lì. È nato e cresciuto con i genitori e i suoi fratelli in una fattoria isolata in mezzo alla campagna, a circa un’ora da Brasilia. Con il suo francese latino americano racconta: “È stata dura da adolescente vivere senza avere altri ragazzi intorno a me, nemmeno per uscire alla sera o durante le vacanze. C’erano solo i miei fratelli, e a volte i miei cugini”. Poi a 17 anni è andato a studiare nella capitale, e così ha conosciuto la città e la sua enorme infinità di abitanti. Quando inizi a parlare di sviluppo sostenibile, gli brillano gli occhi: “Il problema sai qual è? È che nel mondo siamo troppi. L’uomo è un po’ come un parassita, sta prosciugando tutte le risorse del pianeta su cui vive senza alcun controllo. Soltanto per il falso mito della crescita economica continua. Ma non si può crescere all’infinito. E quando le risorse sono finite, cosa fa? Non si può continuare a disboscare l’Amazzonia fino a quando scomparirà, bisogna trovare delle strade alternative. E poi chi l’ha detto che si deve crescere per forza? In Brasile i ricchi sono le persone più infelici e disoneste che io conosca”. Poi osserva i miei occhi lucidi. “Tu es fatiguée? Alors, je te laisse tranquille. Bonne nuit”. Dopo un’ora e mezza di accese riflessioni sull’uomo e la natura, mi saluta con una pacca sulla spalla prima di ritirarsi in camera sua.

Pensieri e storie. Mille lingue, altrettante culture. Così lontanamente vicine. Questi volti… mi sembra di conoscerli da una vita intera.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...