Appunti dimenticati nel cassetto…Bosnia.


Cosa dire…un tempo si andava a curiosare nei vecchi cassetti. Mobili impolverati e qualche scarafaggio qua e là in mezzo ad appunti e cartine sbiadite.

Oggi si va a rovistare la memoria nei vecchi computer. Proprio così. Quei grandi, antichi, ingombranti PC che da piccoli li usavi per i videogiochi (Prince, il più fico tra tutti!) e per scriverci le prime ricerche di geografia e di religione su word.

E così, frugando nel disco locale (C:), riaffiorano al presente alcuni consumati racconti di 6 anni fa. Non su pergamena, bensì sottoforma di “Documento di Microsoft Word 97 – 2003”.

Per chi vuole partecipare a questo salto indietro nel tempo, eccolo qui sotto.

Buon viaggio.

Appunti di viaggio in Bosnia  

 

16 -18 settembre 2005                                 

Giovedì    (ore 22)

Che questo sarà un viaggio diverso dal solito lo capisco subito appena Elena e Federico suonano al cancello di casa mia: dalla strada spicca il furgone bianco con la scritta Agesci Mirano che già fa presagire lo spirito inconsueto dei prossimi giorni. “Ma lo avete rubato agli scout?! Noi non c’entriamo niente con gli scout…!” In effetti ce lo hanno prestato per la nostra missione, e ne approffittiamo perché se alla frontiera ci scambieranno per loro ci faranno molte meno domande rispetto alle volte precedenti. Carichiamo su i bagagli e dopo le ultime raccomandazioni dei genitori (“Me racomando ‘ste tenti anca pa’ i altri soe strade che xe ‘n’atimo”) partiamo in direzione Campocroce, dove Elisa ci ospiterà prima della partenza fissata per le 5 della mattina. Abituata al vecchio Pandino 1000-modello shopping- resto visibilmente entusiasta del furgone…un misto tra tensione ed eccitazione mi coglie mentre guardo la strada dall’alta ed insolita nuova prospettiva.

 Venerdì

Dopo una veloce colazione carichiamo le ultime cose e siamo pronti per partire. Il furgone si accende con una piccola fumata nera ma è solo un bluff per fortuna, tutto è a posto e andiamo a Noale a prendere gli ultimi tre futuri compagni di viaggio Paola, Dario e Davide. Il viaggio è tranquillo, alla frontiera in Slovenia e in Croazia passiamo senza inconvenienti e c’è anche bel tempo. Arriviamo alla frontiera con la Bosnia verso le tre del pomeriggio, una volta attraversato il ponte ci fermiamo a fare benzina e veniamo subito accolti (o meglio, travolti) da una musica a tutto volume che più tardi scoprirò appartenere al genere musicale cosiddetto “turbofolk”…un misto tra Eiffel 65 e sonorità bollywoodiane uscite da un film di Mira Nair. Una volta ripartiti l’impatto con il paesaggio però si presenta del tutto diverso…l’apparente normalità della stazione di servizio cede il posto a campi incolti e abbandonati che mi spiegano subito essere disseminati di mine, molte case qua e là distrutte accanto ad altre invece ricostruite ed abitate, circondate dal loro giardino. Resto in silenzio pensando a come invece nelle nostre zone i terreni vengono sfruttati fino all’osso da edilizia e coltivazioni…in queste terre al contrario è persino pericoloso scendere lungo l’argine di un fiume con il timore di pestare qualcosa di troppo e rimanerne segnati a vita. Di solito la terra è la prima fonte di ricchezza di un paese, qui invece occorre stare attenti non solo per edificare e coltivare, ma anche semplicemente per passeggiare, giocare o pescare. Chissà cosa penserebbero i nostri guru della produttività di fronte a tanta inutilizzabilità di risorse naturali…magari però alcuni di loro ne resterebbero indifferenti avendo tratto dalla produzione e dal commercio di mine grosse speculazioni…come si direbbe in questi casi? Mors tua, vita mea…nemmeno a farlo apposta il furgone scorre attraverso i campi desolati col vecchio Jim che canta this is the end  e mi sale un groppo in gola. Con tempismo perfetto arriviamo a Gracanica giusto in orario per la riunione con i volontari degli altri comitati e i rappresentanti locali per fissare modalità e tempi per l’evento di domani. Terminato l’incontro usciamo tutti per il rinfresco in un bar poco distante con il sottofondo suggestivo del muezzin che intona il suo canto (anche se forse registrato, ma è bello lo stesso) dal minareto al tramonto. Arriviamo poi a Kakmuz dove ci aspetta per cena una simpatica signora di nome Zorica che ci offre una buonissima pita e la serata trascorre a sorseggiare numerose Nektar aperte con impeccabile stile dall’accendino di Obren, il figlio di Zorica . Obren è un ragazzo molto giovane, avrà circa vent’anni ed una grande carica che lo rende energico e pieno di vita. Porta i capelli scalati a caschetto proprio come imperversano per moda da noi, la felpa della tuta con la scritta in spagnolo come le nostre ed i jeans attillati. E questo mi spiazza un po’, perché nel nostro immaginario collettivo i paesi martoriati dalle guerre sono abitati da persone vestite di pochi stracci polverosi e i capelli scarmigliati un po’ come nelle foto dei nostri nonni poco più di cinquant’anni fa . Obren e i suoi amici invece non sono poi così diversi da noi, sarà forse perché sono un po’ più fortunati di altri loro coetanei più poveri, ma testimoniano che la realtà di guerre e sofferenze sia più vicina di quanto noi siamo soliti immaginarla ed il fatto che qualcuno ne sia colpito e qualcuno invece ne resti indenne sia dovuto solo alla casualità delle vite e all’improvviso rabbrividisco un po’. Saranno questi pensieri o sarà la Nektar bevuta attorno al fresco del tavolo in giardino?

 Sabato

Ci siamo svegliati presto questa mattina. E’ il giorno della maratona e per fortuna c’è un bel sole, l’Associazione Idemo ha il compito di occuparsi del rinfresco e occorre che tutto sia pronto entro le 11. Noi ragazze dopo una colazione a base di caffè turco e Pan di Stelle (abbinamento un po’ forzato) a casa di Mileva che ci ospita, iniziamo la preparazione dei nostri 400 panini grazie anche all’aiuto di Zorica come affettatrice mentre gli altri provvedono a procurare le bevande ed i tavoli. Alle 10.30 i panini sono pronti e Obren ci accompagna in auto al punto dove è stata fissata la partenza della maratona, così abbiamo modo di sperimentare in prima persona una vera e propria guida bosniaca doc. Sarà la posizione di Obren alla guida semidisteso, o la vecchia auto polverosa che ad ogni curva ci sbatacchia qua e là mentre seguiamo la macchina di Antonio che ci precede, oppure sarà la musica balcanica di sottofondo (che più tardi scoprirò appartenere a un gruppo i cui testi ricordano un po’ i Catharral Noise nostrani) ma mi sembra di rivivere la scena dell’ inseguimento folle della sposa in fuga in “Gatto Nero Gatto Bianco”. Dopo aver assistito al discorso di benvenuto del sindaco italiano e bosniaco ci spostiamo all’arrivo della maratona. Riusciamo a montare il gazebo a tempi di record come fosse una prova di Giochi Senza Frontiere, i panini e le bevande sono già pronti per i primi arrivati. A concludere l’evento c’è’ un gruppo di danze folkloristiche bosniaco e tutti si lanciano in festa a questi ritmi sincopati, attorno a me c’è un’atmosfera che non dimenticherò facilmente. Al pomeriggio dopo una veloce riunione a Petrovo tra il sindaco locale e quello italiano, andiamo tutti a bere qualcosa al bar del lago. Il posto è molto bello essendo circondato dal verde e dalle colline, poi saliamo un po’ con il furgone e andiamo a visitare una chiesa ortodossa tra le più antiche della zona. Gli affreschi si sono quasi interamente rovinati durante la guerra, ma resta comunque molto suggestiva e caratteristica. La sera ci rechiamo tutti al pub Pit Stop per la famigerata (e obbligata) cena con la polizia, anche se poi i poliziotti si scopriranno essere solo in tre. Si parlano perlopiù tra loro inizialmente, ma dopo le birre e qualche bicchiere di Rakija l’atmosfera generale si scioglie. Dopo la distribuzione dei “gadgets” della maratona, le foto di gruppo e la rivisitazione di alcuni canti nostrani arrivano i saluti con i volontari degli altri comitati. Noi concludiamo la serata al ritmo di turbofolk al fantomatico Matrix, ovvero l’unica discoteca del paese.

 Domenica

Nonostante piccoli problemi di comunicazione salutiamo e ringraziamo Mileva per averci ospitate a casa sua in questi tre giorni. Raggiungiamo il resto del gruppo a casa di Zorica sotto una pioggia che poi nel corso della giornata diventerà battente. E’ il momento dei ringraziamenti a Zorica per la sua enorme disponibilità e calorosa accoglienza, salutiamo anche Luca e Antonio che si fermeranno da lei ancora per un po’ di giorni e ripartiamo con il nostro furgone. Le 5 ore di coda interminabile in Croazia ci esortano a deviare per Fiume, alle 10 di sera ci fermiamo a Trieste per cenare tutti assieme in pizzeria. Anche se il viaggio di ritorno è stato più lungo del previsto, le risate nel gruppo continuano a farsi sentire… fino a che a uno a uno crolliamo addormentati. Torniamo a casa stanchi, ma soddisfatti e soprattutto contenti.

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