Israel (S)trip – diario di viaggio III° parte


Giorno 10 – Don’t touch your wife

Dopo una fatiscente colazione nel nostro fatiscente ostello, ci dirigiamo a visitare la dorata Cupola della Roccia, che per i musulmani è il luogo di culto principale, come il Muro del Pianto lo è per gli ebrei. Per i non musulmani si può soltanto ammirare da fuori, con i mosaici turchesi che decorano la parete esterna. Mentre la osserviamo io e Franz abbiamo la pessima idea di abbracciarci, così che un arabo ci rincorre arrabbiato gridando in inglese: “Don’t touch your wife!”.

Quando usciamo dalla visita ci siamo tutti persi: io, Franz e Susi decidiamo di andare da soli a fare una (vera) colazione. Ci addentriamo per caso nel quartiere ebraico, e finiamo in un café all’occidentale dove incontriamo George, un ragazzo greco che avevamo già visto all’ostello. George si siede con noi e chiacchieriamo di paesi e di viaggi: è venuto da solo a visitare Israele e Cisgiordania, una terra in cui è stato più volte ma che lo affascina sempre in modo diverso. Racconta della situazione in Grecia, che è poco distante da quella italiana, visto che da quando siamo partiti nei quotidiani on line non si parla d’altro che del crollo della borsa di Milano. È come se il Mediterraneo legasse davvero le sorti dei paesi che lo circondano!

È mezzogiorno e lasciamo il nostro amico greco per dirigerci verso il Monte degli Ulivi, nonostante a quest’ora tutti quelli a cui chiediamo le indicazioni per arrivarci ce lo sconsiglino vivamente. Dopo essere passati nel bel mezzo di un matrimonio ebraico (per loro non è necessario che la cerimonia avvenga in Sinagoga), arriviamo ai piedi del Monte degli Ulivi. Un po’ a causa del caldo soffocante, un po’ a causa del fatto che veniamo inseguiti da un paio di tassisti davvero troppo insistenti, facciamo marcia indietro e raggiungiamo il resto del gruppo che si trova al Lion’s Gate, la Porta del Leone. In mezzo alla gran folla scorgiamo Lollo, che è medico, soccorrere un bambino disteso su una specie di carretto a motore. Il bimbo ha avuto un attacco epilettico, e Lollo è intervenuto per impedire che durante la crisi i denti tranciassero la lingua. Viene portato via sul carro con due occhi neri terrorizzati, sotto allo stesso sole che ci aveva fatto desistere dall’arrampicata.

Pranziamo in un ristorante armeno, che di armeno ha solo l’atmosfera ma non il menù a base di patate fritte e hamburger. Nel tardo pomeriggio ripartiamo per Tel Aviv, dopo aver fatto l’ultima passeggiata “sui tetti”. Io, Corrado e Franz saliamo infatti su una scala che ci porta in cima alle case, dall’alto si vedono le corti interne dei palazzi: bambini che giocano ad arrampicarsi, donne intente a cucinare, uomini seduti con altri uomini nei cortili a fumare. Una bambina ci viene incontro, non è per niente intimorita di fronte a noi e vuole essere fotografata in cambio di qualche moneta. Non appena le diamo l’ultima moneta che abbiamo, pari a 1 shekel (poco più di venti centesimi di euro), ci risponde legittimamente che è troppo poco! Nel frattempo però altri due bimbi accorrono e ci seguono chiedendo di dare una moneta anche a loro. Corrado, che durante la passeggiata sui tetti è rimasto senza sandali ma in compenso è pieno di monetine, ci libera dall’intoppo porgendole ai bambini.

Gatti israeliani VS gatto palestinese

La sera ceniamo tutti e dieci insieme per l’ultima volta in un pub a Tel Aviv, prima di accompagnare all’aeroporto i primi due compagni che devono ripartire, Michele ed Edda. Devono essere al terminal alle 5 di mattina, facciamo in tempo a bere ottime birre di tutti i tipi.

Giorno 11 – Kibbutz

Dopo un paio di ore di sonno suona già la sveglia. Inizia un nuovo fine settimana, e partiamo tutti e otto alla volta del nord, verso il Golan. Sostiamo al porto di Haifa per un caffè, i baristi sono una gentilissima coppia mista: lei è bionda dalla pelle chiara, lui invece ha i tratti del volto e la carnagione tipicamente arabi. Gli chiediamo consigli su quali città visitare, noi infatti volevamo andare a Nazareth e a Tsafat, per vedere sia una città a schiacciante maggioranza musulmana, sia una città a predominanza ebrea ortodossa. È evidente come per i due baristi del luogo l’aspetto religioso sia un fatto quotidiano scontato, infatti ci dicono che a Tsafat a parte gli ebrei dai lunghi boccoli non c’è niente da vedere… ma noi cercavamo proprio quello!

Quando arriviamo a Nazareth appare come un sogno il ristorante più buono che abbiamo mai incontrato finora. Appesantiti ma soddisfatti, siamo pronti per visitare la città che è ormai quasi il tramonto, ma poco o niente sarebbe cambiato arrivando prima, dato che durante il Ramadan il suq della città è completamente chiuso. Saliamo quindi per le ripidissime strade che portano sul punto più alto della città, dove sorgono l’una accanto all’altra una chiesa salesiana e una moschea. I canti del muezzin ci ipnotizzano anche qui, dopo aver ascoltato ammirati quelli di Tel Aviv e di Gerusalemme.

Abbiamo prenotato per la notte in un kibbutz a nord di Nazareth, in direzione del lago di Tiberiade. Le strade sono poco segnalate e poco illuminate, e dopo esserci persi più volte, riusciamo finalmente ad arrivare in tarda serata prima che chiuda. Ci accoglie una signora di origine americana, che vive e lavora all’interno del kibbutz. Ci distribuiamo in 4 casette dotate di ogni comfort, una addirittura ha perfino la piscina jacuzzi! Mentre ci cuciniamo la carne al barbecue (trasportata nel bagagliaio della macchina dalla mattina stessa), i “vicini” guardano un film seduti all’aperto grazie a un proiettore (che probabilmente si sono portati), altri finiscono di cenare sui tavolini all’aperto e sparecchiano la tavola. Sarà, ma a me questo kibbutz appare lontano dall’idea di fattoria collettiva che mi ero stampata in testa. È bellissimo, rilassante e accogliente, ma se per un attimo mi estrapolo dal contesto, potrei tranquillamente trovarmi al “B&B da Mario” oppure all’“Agriturismo ai tre casolari”. E invece…kibbutz?!?

Giorno 12 – Tsafat, Hebron

Quando ci svegliamo mancano pochi minuti alla fine dell’orario di servizio del breakfast. Corriamo alla ricerca della dining room, attraversando le case degli abitanti. Le case hanno i loro cortili e ci sono divani e poltrone sparsi in giardino. D’altronde qui le piogge non devono essere molto frequenti, tra i cespugli infatti spuntano ragnatele di tubi per l’acqua. Oltrepassiamo un palazzo che ha tutto l’aspetto di una scuola, oltre ad altre casette residenziali. La colazione viene preparata da una famiglia del posto: papà ai fornelli, mamma al lavaggio manuale dei piatti, mentre le figlie versano i succhi di frutta e asciugano le stoviglie. L’unica pecca è che il caffè sia quello liofilizzato, il latte e lo yogurt siano quelli confezionati del supermercato e le marmellate siano sigillate in confezioni monouso della stessa marca di quelle degli hotel! Mi sorge in mente un’obiezione: e i prodotti della terra dove sono finiti? Sono talmente pochi che li usano per l’auto sostentamento? Preferiscono venderli all’ingrosso? E gli ospiti non lavorano nelle fattorie insieme agli abitanti, come si fa con il woofing? Ma dove si sono rintanati i kibbutziani e le loro attività?!

Ciliegina sulla torta. Prima di ripartire facciamo un po’ di pulizia generale delle immondizie accumulate in questi giorni di viaggio; non riusciamo però a trovare dei bidoni di raccolta differenziata: e così mi tocca per l’ennesima volta buttare la carta insieme alla plastica e insieme all’organico. Kibbutz mio, perché (nel mio immaginario) mi hai abbandonato?

Oggi è Sabbath e ci dirigiamo a Tsafat nel clou della giornata di riposo totale settimanale. Non riusciamo a trovare nemmeno un chiosco per procurarci un po’ di acqua fresca. Dal momento che secondo alcuni durante lo Sabbath oltre a non cucinare, non accendere le luci e altri divieti, è proibito perfino guidare, parcheggiamo un po’ fuori dal centro per evitare di ricevere rimproveri dagli abitanti. Lungo i vicoli un anziano con kippah e lunga barba ci accoglie: “Welcome to Los Angeles!”. È un po’ matto, ma è simpatico. “Over there you can see skyscrapers and a wonderful sight!”. Scopriamo che si tratta di un ebreo di origine americana, che ha vissuto a lungo in California. In realtà laggiù dove ci ha fatto cenno, non ci sono grattacieli bensì una strada di negozi chiusi. Gli unici che incrociamo lungo il cammino sono una comitiva di ragazzi e ragazze, tutti giovanissimi e vestiti all’occidentale. L’unica differenza tra noi e loro è che, mentre noi a tracolla portiamo borsa e macchina fotografica, loro hanno un gigantesco mitra ciascuno. Scopriamo così che sono giovani soldati di leva in “libera” uscita, senza divisa ma armati fino all’inverosimile.

Scendendo la scalinata semi-deserta facciamo conoscenza con una giovane ragazza ebrea in tunica turchese da festa. Le chiediamo indicazioni per raggiungere il quartiere degli artisti, lei in cambio ci chiede da dove veniamo. Alla nostra risposta, la ragazza sorpresa ci risponde con perfetto accento italiano: “Davvero? Mio padre è romano, io ho vissuto a Roma per alcuni anni!”. È strano sia per noi sia per lei incontrare in questi luoghi qualcuno che parli la nostra stessa lingua. Racconta di essere una studente di filosofia a Manhattan, il padre è cristiano e la madre ebrea ucraina. È la madre che gli ha trasmesso l’ebraicità (per gli ebrei non riformati si trasmette infatti soltanto per via materna). Ha poco più di 20 anni e da 2 si è avvicinata alla religione ebraica. Pur non avendo i genitori praticanti, lei, Jessica, ha deciso di trascorrere dei periodi di studio della lingua ebraica in Israele, e ora si trova a Tsafat per apprendere la Torah. Il mese prossimo ricomincerà l’anno accademico a New York, ma poi vorrebbe tornare a vivere qui, non potrebbe infatti separare la vita quotidiana dalla religione. E così ha dovuto impiegare un paio d’anni per ottenere la conversione completa, e ora, ribattezzata Judith, è convinta di non potersi innamorare di alcun uomo che non sia ebreo. È così inusuale per noi sentire questo racconto, ma di fronte alle nostre domande stupite ci risponde con la massima serenità d’animo. Una giovane ragazza abituata a vivere nella città più liberale e liberista del mondo che gran cambiamento ha voluto affrontare in questo piccolo borgo sperduto del Golan!

Gli altri due incontri in questa singolare città riguardano un ortodosso che ci sgrida perché non possiamo fotografarlo mentre lo incrociamo per strada, e una coppia di simpatici fiorentini che ci consigliano di recarci in terra palestinese per visitare Hebron.

Li prendiamo alla lettera e ci dirigiamo a Gerusalemme: lì potremmo parcheggiare le auto e prendere uno sherut, il taxi collettivo, per la West Bank, detta anche Cisgiordania ovverosia l’ex Palestina.

Dopo logoranti contrattazioni con decine di autisti, saltiamo al volo in uno sherut diretto proprio a Hebron; oltre a noi ci sono altri 6 uomini e bambini palestinesi. Durante il viaggio, che dura circa un’ora, passiamo attraverso i check point israeliani. Nel mezzo siamo quasi tutti turisti, quindi i soldati non fanno perquisizioni come invece vediamo fare alle auto in coda prima e dopo di noi. Veniamo a sapere che, nonostante stiamo attraversando i territori palestinesi, la strada che percorriamo è di proprietà israeliana, quindi è stato eretto un alto muro per gran parte del suo percorso. È agghiacciante pensare ad un muro ricoperto di filo spinato che separa delle zone che a prima vista sembrano tutte uguali. Fa rimandare indietro nella memoria, come quando a scuola studiavamo la guerra fredda e una Berlino smembrata in due parti, quella dei ricchi e quella dei poveri.

L’autista, nato e cresciuto ad Hebron, si offre spontaneamente di farci da guida tra le strette stradine della città. È stata una gran fortuna avere un accompagnatore locale, dato che oltrepassiamo in pieno centro storico degli ulteriori posti di blocco. Nella città, inizialmente assegnata ai palestinesi, dal 1997 gli accordi internazionali hanno riconosciuto la piccola colonia ebrea originariamente “abusiva”. Ora nella città araba vive un’enclave di 500 ebrei, che per venire protetti sono circondati da circa 4.500 soldati israeliani. Per vedere la moschea musulmana (rigorosamente dall’esterno) bisogna prima entrare nella zona insediata dai coloni ebrei, e nel bel mezzo di uno stretto vicolo ci troviamo a dover attraversare un alto cancello dotato di tornelle, metal detector e soldati. Passeggiando nella zona palestinese incontriamo bimbi che ci accolgono con un sussurrato “Welcome” e i ragazzi che incrociamo ci offrono un bicchiere di sprite tra le bancarelle semi chiuse della sera.

È una sofferenza pensare che sui tetti delle case ci sono dei cecchini che controllano interi quartieri. Perché una città che è un gioiello si merita di venire relegata a pessimo esempio di disgregazione razziale? Ad un certo punto udiamo dei forti colpi, sono i bambini che hanno lanciato dei petardi! Il nostro accompagnatore pare non farci caso, mentre noi, dapprima terrorizzati finiamo con il riderci nervosamente sopra. Prima di tornare a Gerusalemme, ceniamo in uno dei ristoranti della città, letteralmente preso d’assalto dagli abitanti locali. Entriamo nel ristorante intorno alle 9 di sera, e vi troviamo un’atmosfera surreale: il posto è completamente deserto, le famiglie sono già rientrate nelle loro case. I tavoli invece sono tutti ricoperti di avanzi e di piatti svuotati, non è rimasto niente se non qualche mezza bottiglia e coscia di pollo qua e là. Il cameriere ride, ci spiega che questa sera il sole è tramontato alle 19.38: a quell’ora tutti erano pronti a riempirsi lo stomaco dopo un’intera giornata passata a digiunare.

Giorno 13 – Rotschild Boulevard

Tutti i nostri compagni di viaggio questo pomeriggio rientrano in Italia. Vado a fare la spesa per preparare l’ultimo pranzo insieme. Mi perdo a Rehovot alla ricerca di un supermercato, alla fine gli altri al mio ritorno avranno già preparato una buonissima pasta, tranquillamente senza le mie cianfrusaglie! Mentre sono in coda alla cassa, tra un anziano signore che tenta di passarmi davanti disinvolto e una cassiera che mi parla in ebraico senza minimamente pensare che io possa non capire, tra i clienti in fila fa la sua comparsa una lunga blatta a passeggio. Una signora cinese dalla faccia disgustata ci pensa un po’: è meglio scappare a gambe levate e abbandonare lì tutta la spesa, oppure arraffare frettolosamente i sacchetti e pagare il più velocemente possibile? D’altronde questa è l’esigua legge del contrappasso per vivere in un paese dal clima tropicale.

Mattia e Gabriele hanno ricominciato una nuova settimana di lavoro. Restiamo io e Franz, avvolti in un silenzio singolare. Che cosa fare oggi? Incredibile: soffriamo di solitudine!

Dedichiamo il pomeriggio a visitare Jaffa, che avevamo visto di sfuggita appena il secondo giorno di viaggio.

Sulla spiaggia di Jaffa

Ci concediamo una rinfrescata tra le movimentate onde della spiaggia di Tel Aviv: il bagno si può fare soltanto in una ristrettissima zona delimitata da paletti rossi. I bagnini tengono sottocontrollo la situazione dalla loro alta capanna sulle palafitte, sembra quella di Baywatch. La tranquillità del tramonto viene rotta dai loro rimproveri ai bagnanti indisciplinati, tutto rigorosamente al megafono e in ebraico; non sia mai che scendano dal loro “ufficio” con questa umidità.

Perdendoci tra le vie del caotico centro arriviamo poi a Rotschild Boulevard, centro nevralgico della vita notturna, e ora anche fulcro delle animate proteste di cui ci parlava il tassista quando siamo atterrati. All’inizio, passeggiando lungo il viale alberato notiamo soltanto qualche tenda disabitata qua e là. Che delusione! È tutta qui la “grande” manifestazione? Continuiamo a camminare, finalmente constatiamo che l’accampamento si fa via via più fitto e animato. Qualcuno oltre alla tenda si è portato anche poltroncine, amache e divanetti, troviamo numerosi striscioni (peccato non riuscire a decifrarne l’alfabeto!) e gazebo in cui si fanno comizi con tanto di videoproiettore. Poco più in là qualcuno legge, altri suonano. Le nostre aspettative vengono disattese: pensavamo di trovare degli studenti universitari alle loro prime esperienze di autogestione, come avviene durante gli scioperi italiani. Invece a Rotschild Boulevard, che non è né la Puerta del Sol di Madrid, né Place de la Bastille di Parigi, sono tutti uniti nella protesta giovani studenti, giovani lavoratori, coppie di anziani, famigliole con bambini piccolissimi, famigliole con bambini un po’ più cresciuti, e professionisti che dibattono ben vestiti armati di fogli e documenti. Siamo allibiti. Forse non saranno in divisa, ma tra l’altro non notiamo nemmeno la presenza delle forze dell’ordine. D’altronde in una situazione come questa non ce ne sarebbe il minimo bisogno. Un ragazzo ci ferma per darci un volantino, noi gli chiediamo se ci può spiegare in inglese cosa sta succedendo. Con gli occhi che brillano ci risponde che stanno protestando per ottenere delle condizioni di vita migliori, ci racconta grossomodo le stesse cose che sapevamo già. Altra sorpresa: nel cuore della lotta contro le politiche governative, lo spazio è disseminato di bandiere israeliane. Nelle nostre manifestazioni sono rare le bandiere tricolori, di solito i cortei sono tappezzati dai loghi di sindacati e di partiti. Qui al contrario, in un Paese che ha poco più di sessant’anni e che ancora non vive in pace al suo interno né tantomeno con i suoi vicini, il sentimento patriottico è immanente, la percezione è che si lotti per Israele e non contro Israele. Una volta tanto questo sfrenato nazionalismo non ci viene a nuocere ma fa quasi piacere, forse se anche in Italia la cosa pubblica venisse considerata cosa di tutti, anziché venire maltrattata come cosa di nessuno, ci sarebbe qualche presa di posizione più efficace sullo stato di degrado in cui versano le nostre istituzioni italiane.

Mattia e Gabriele ci raggiungono per cenare assieme in un pub. Sono legittimamente un po’ affaticati, dal momento che noi siamo in vacanza, mentre loro sfortunatamente no. L’apice viene raggiunto quando Gabriele davanti al cameriere dice: “I would like to have an Orange Jewish”. Ridiamo tutti a crepapelle con le lacrime agli occhi, perfino il cameriere che si dimostra essere il primo israeliano incontrato in viaggio ad avere un pizzico di autoironia.

Giorno 14 – La partenza

Anche per noi è giunto il momento dei saluti. Mattia e Gabriele stamattina ci hanno il lasciato il pass per entrare a visitare il loro istituto di ricerca, che riteniamo molto interessante. Purtroppo il Weizmann Institute è enorme e dopo alcuni tentativi non riusciamo a trovare l’ingresso giusto in cui il pass possa funzionare aprendoci i cancelli. Ci rechiamo quindi con abbondante anticipo in aeroporto, dove consegniamo l’auto e ci mettiamo in coda al terminal per i controlli che sono diventati ormai una routine. Questa volta l’interrogatorio non tratta i temi di geopolitica internazionale ma argomenti rosa: “Verso quale Paese siete diretti? Siete una coppia? Se sì, da quanto tempo state insieme? Vivete insieme? In che città in Italia vivete insieme?”.

Gli accertamenti sono così serrati che i militari si dimenticano di passare ai raggi X i nostri bagagli, così che sarà l’hostess della compagnia aerea a dirci di ritornare indietro a fare i controlli prima di imbarcare gli zaini. Lungo i corridoi del gigantesco aeroporto di Ben Gurion sono affissi numerosi manifesti, dalla grafica volutamente retrò, dato che sono molto simili alle nostre pubblicità degli anni ’30. Alcuni cartelli recitano “Bentornato nella tua patria”, altri sono inviti del governo ad unirsi all’esercito o campagne di fundraising per raccogliere e donare fondi al sostegno della “causa”. Ti senti quasi un intruso che è venuto a cacciare il naso in una terra che non raccoglie i turisti, ma piuttosto i compagni di diaspora.

Infine, dopo avere attraversato un Mc Donald’s rigorosamente Kosher, approdiamo al gate e durante l’attesa vengo abbordata da una giovane ragazza. Lavora per il Ministero del Turismo Israeliano, e mi vuole somministrare un sondaggio sui posti in cui ho viaggiato e sul mio giudizio in merito al soggiorno in Israele. Dal momento che in due settimane abbiamo girato ininterrottamente senza sosta, il questionario dura trenta minuti perché siamo stati in tutti i posti su cui mi interroga! Naturalmente si parla di luoghi turistici in territorio israeliano, la ragazza non fa alcun cenno su Gaza, Jericho o Hebron, che tra l’altro è l’unica città palestinese in cui siamo stati, ma è quella che più ci ha colpito durante l’intero viaggio.

Salutiamo questa terra, che ci ha affascinato e sedotto, ma che ci ha anche resi più arrabbiati e più agguerriti sul fatto che le vite, pubbliche o private che siano, consistono in una fitta ragnatela di compromessi, di ingiustizie, di rivincite. Tu mi dai ma io ti non ti do, tu mi chiedi, io non rispondo e allora gridi più forte. Su questo la natura partecipa impotente: deserti soffocanti o trasparenti ruscelli non sono sufficienti a placare gli animi di una guerra che pare non avere fine, laddove i fini invece sono anche troppi.

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