Israel (S)trip – diario di viaggio II° parte


 

Giorno 5 – Goodbye Jordan, welcome to Egypt

Ci svegliamo dopo appena qualche ora di sonno per ripartire alla volta di Eilat. L’oste ci ha consigliato di fare una deviazione visitando le dune del deserto del Wadi Rum, prima di raggiungere nuovamente il confine con Israele. Naturalmente anche lì conosce degli amici che organizzano dei viaggi in jeep con l’accompagnatore nel deserto! Dopo aver fissato il prezzo partiamo con una Shakira nei suoi pezzi peggiori sparata a tutto volume, in cinque passeggeri per jeep si sta parecchio stretti e di certo i sedili foderati di pelo non aiutano a sopportare la situazione asfissiante. Il deserto del Wadi Rum è quello dove ha vissuto Lawrence D’Arabia, uno dei capi della rivolta araba di inizio Novecento. La guida araba ci conduce a visitare dune, rocce e graffiti (veri o presunti tali?) dopo avere cambiato la poderosa jeep di pelo con un furgoncino sgarruppato, che uno dei nostri accompagnatori guida alla vecchia maniera: si frena tirando il freno a mano, si accende facendo contatto con due fili penzolanti sotto al volante. Non manca l’immancabile sosta al bazar dei loro “amici”.

Il tè alla salvia è la fine del mondo, così come l’arrampicata sulle dune di sabbia incandescente. Quando torniamo alla frontiera i giovani poliziotti giordani scherzano con le nostre foto sui passaporti, con la stessa caparbietà degli agenti israeliani che però preferiscono piuttosto interrogarci su che cosa abbiamo fatto in due giorni di Giordania. Lo shock culturale che ci aspetta ad Eilat è sorprendente: mangiamo chicken nuggets e hot dog in uno dei costosi pub lungo la spiaggia, con un cameriere alto e palestrato che parla perfettamente inglese. Ho improvvisamente nostalgia del pollo sotto alla sabbia dei nostri cari beduini! Salutiamo Mattia e Gabriele alla stazione dei bus: domani è domenica (che corrisponde al nostro lunedì) e devono tornare al lavoro. Noi invece lasciamo di nuovo le macchine sei chilometri più in là, stavolta al confine con l’Egitto. Solite tasse per il passaggio della frontiera, soliti controlli e check point. Saliamo tutti e otto a bordo di un taxi collettivo egiziano che ci porta lungo la costa del Sinai, sul Mar Rosso. La regione del Ras Shatan è selvaggia e deturpata allo stesso tempo: se Taba è una città fantasma artificiale, costruita appositamente per i turisti che dopo gli attentati del 2004 non vi hanno più messo piede, i piccoli campeggi sparsi qua e là poco più a sud mantengono un paradiso intatto laddove il tempo si è fermato. È ormai buio e siamo stanchi, decidiamo di alloggiare in uno dei camping sulla spiaggia, gestito da due giovani fratelli beduini. Sarà perché siamo affamatissimi, ma i falafel e l’hummus che ci preparano dopo due ore di attesa, stravaccati per terra sui cuscinetti colorati, sono i più buoni che abbiamo mai mangiato. Dormiamo in capanne a pochi metri dal mare, cullati dal suono delle onde e del vento. Al di là della costa del Mar Rosso si vede un litorale illuminato, è l’Arabia Saudita. Qui il tempo non ha più alcun significato.

Giorno 6 – Ras Shatan

Caffè turco o bagno nelle acque trasparenti? Nuotata o snorkeling tra i pesci e i coralli della barriera corallina? Birra ghiacciata o succo fresco di guaiava? Questi sono i gravi dubbi che ci attanagliano, mentre ci trasciniamo dall’amaca al chiosco fatto di palme. Ora capiamo perché i due gestori impiegano un paio d’ore di media a prepararci la capanna, o cucinare, o fare le colazioni. La vita è scandita dai ritmi della natura: mangi del pesce solo quando viene pescato, il pollo solo quando viene ucciso, il falafel solo dopo un lungo procedimento di tritatura, impasto e frittura. Tutto ha senso solamente in funzione del susseguirsi del moto del sole e di quello della luna. C’è sempre del tempo per conversare, camminare e suonare il liuto. Uno dei due fratelli ci racconta che secondo loro a mettere le bombe nei campeggi dei turisti a cavallo tra il 2004 e il 2005 è stata la polizia egiziana. Ritengono che non si sia trattato affatto di terroristi fondamentalisti islamici, quanto piuttosto di ritorsioni interne dovute agli interessi economici in quell’area. E così, come a Petra, il tema dei contrasti tra arabi beduini e arabi “cittadini” torna in auge. Il ragazzo spiega che gli attentati hanno alterato notevolmente i flussi dei viaggiatori: i beduini, che gestivano storicamente le loro attività lungo la costa, hanno dovuto chiudere i campeggi a vantaggio di altre zone di diverso richiamo turistico. Penso rattristata sul perché, di fronte a quell’immenso paradiso naturale, tutto debba sempre e comunque venire ricondotto al denaro, all’avidità e agli interessi di pochi gruppi organizzati. Come siamo piccoli di fronte alla lunga scia delle stelle cadenti sopra alle nostre teste, mi sembra che il beduino canti queste parole nella sua lingua, mentre suona il liuto accanto a noi sulla spiaggia notturna.

Giorno 7 – Masada

A malincuore dobbiamo riprendere il nostro cammino, siamo appena a metà del nostro viaggio. Dopo aver fatto l’ultimo bagno in mare e mangiato l’ultimo pollo che sa veramente di pollo, risaliamo verso nord per rientrare in Israele. Questa volta percorriamo la costa di giorno, quindi abbiamo (aimè) tutta la luce necessaria per accorgerci dei mostri di cemento che invadono le spiagge cristalline. Sono scheletri di cemento abbandonati, che probabilmente non verranno mai né ultimati né demoliti. Resteranno per sempre così, per nulla distanti dai nostri ecomostri che l’andragheta e la camorra hanno costruito lungo i litorali calabresi e campani.

Per l’ultima volta percorriamo il confine di Eilat, e per l’ultima volta attraverseremo questa città che sembra Rimini nella sua stagione peggiore. Siamo lontani anni luce dal caos e dalle tragedie che qui avverranno soltanto dieci giorni dopo il nostro passaggio, ma noi saremo già tornati in Italia come se nulla potesse cambiare.

Questa volta risaliamo il Negev dalla statale 90, che è quella che costeggia il confine con la Giordania e il Mar Morto. Sono le 11 di sera è la strada è completamente buia, cerchiamo con un po’ di difficoltà l’ostello di Masada, per poter visitare la mattina dopo questa antica città situata in cima ad un alto colle davanti al Mar Morto. Alla Guest House ci accoglie un esemplare di receptionist che solitamente non siamo abituati a incontrare: un ragazzotto robusto, bianchiccio, vestito in pantaloncini e maglietta, molto riluttante nel darci informazioni e armato di mitra. Ci dice che l’ostello è al completo, al massimo c’è una stanzina per quattro ma noi siamo in otto! Telefona all’ostello della città vicina, Ein Gedi, e dice che se andiamo lì troveremo più posto. Dopo un po’ di tentativi a vuoto finalmente troviamo lo Youth Hostel di Ein Gedi, siamo allibiti da come sembri un carcere di massima sicurezza: per entrare bisogna suonare il citofono dal cancello esterno, tutto intorno è recintato da un’alta rete coperta da filo spinato. Prendiamo due stanze quadruple sporchissime e caldissime: anche se è ormai mezzanotte inoltrata perfino all’aria aperta si boccheggia.

Giorno 8 – Mar Morto

A Masada si può salire tutti i giorni entro le 10 di mattina. Alla biglietteria c’è un cartello in inglese che recita: “Ci scusiamo con la clientela, ma a causa delle condizioni climatiche, non è possibile acquistare biglietti di ingresso dopo le 10 a.m.”. Per salire ci sono due possibilità: 3 minuti di funicolare a 10 euro, oppure 40 minuti di salita a piedi lungo il Sentiero del Serpente. Ci spacchiamo esattamente a metà: gli eroici (Lorenzo, Michele, Edda, Franz) e i pavidi (io, Susi, Corrado, Emanuela). Gli eroici si sdraieranno in cima alla fortezza di Masada dopo tre quarti d’ora di cammino sotto al sole rovente e 5 litri in meno di acqua bevuta e sudata già prima di arrivare. I pavidi faranno una visita distratta tra le antiche dimore della città, e si lamenteranno del cattivo stato di conservazione in cui si trovano le rovine e del pessimo restauro degli affreschi. In ogni caso, entrambi i gruppi concordano sul fatto che la cosa migliore da fare sia, nell’ordine: scendere con la funivia, prendere le macchine, andare all’oasi della riserva naturale di Ein Gedi, mettersi in ammollo sotto alle fresche cascate dei suoi laghetti. Così facciamo, e stiamo talmente bene che nessuno ha voglia di uscire dall’acqua per andare a fare il famoso bagno nel Mar Morto. Ma siamo qui una volta soltanto, e allora dobbiamo per forza provare anche questa esperienza!

Sul Mar Morto è consigliato fare il bagno solo nelle spiagge autorizzate (ovviamente a pagamento), perché negli ultimi anni è diventato più frequente il fenomeno delle doline, cioè le profonde frane che avvengono lungo la costa, dovute al prosciugamento delle falde sotterranee. Galleggiamo in mare, ci infanghiamo in spiaggia e ci immergiamo nelle terme. Siamo pronti per rientrare dai nostri amici a Rehovot, dopo avere fatto prima una breve sosta a Gerusalemme ed esserci persi nel suo labirintico e seducente suq.

Giorno 9 – Jerusalem

Oggi si dorme! Ce la prendiamo comoda, dopotutto abbiamo in programma di andare “solo” a visitare per un paio di giorni Gerusalemme, che dalla città di Mattia e Gabriele dista appena 40 chilometri. Partiamo quindi nel primo pomeriggio e all’interno della città vecchia troviamo un ostello che viene menzionato nella nostra guida. Ci fermiamo a vedere le stanze e a contrattare il prezzo; il ragazzo dell’ostello ci prende in giro con uno humour prettamente israeliano, che a mio avviso è ancora più glaciale di quello inglese. “Qui abbiamo le stanze ma non c’è il bagno”, ci dice con inespressivi occhi azzurri. “Intendi dire che le camere non hanno il bagno privato, ma è in comune a tutti?” “No, se vi dico così è perché il bagno proprio non c’è. Dovete uscire e andare al ristorante qui di fronte”. Simpaticone! In realtà ogni stanza ha il bagno, ma l’ostello è molto vecchio e anche un po’ fatiscente. Scopriremo poi che l’hotel a fianco per lo stesso prezzo offriva un lussuoso pernottamento. Ma vuoi mettere con la terrazzina che dà sul centro della piazza, dalla quale è possibile fotografare le persone del posto senza venire scoperti? Non ha prezzo (ce ne auto convinciamo).

Usciamo subito per visitare la città. Lascia senza parole come a Gerusalemme vi sia una seppure imperfetta, ma almeno non violenta, forma di convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani. La città è rivendicata da tutte e tre le religioni monoteiste, che si sono spartite i quartieri ritagliandosi un angolino per ciascuno. Al momento del tramonto ci troviamo di fronte al Muro del Pianto, dove sta pregando una indistinta moltitudine dagli alti cappelli, vestita di bianco e di nero. Alle donne è assegnato un margine di muro apposito, che è pari a circa un terzo rispetto a quello degli uomini. Le famigliole di ebrei ortodossi sono molto giovani, sono previste cuffiette per le mogli e cappelli o kippah per gli uomini. Gli abiti ricordano lontanamente lo stile degli amish americani, anche se le somiglianze finiscono qua. È così denso che quasi si tocca il sentimento religioso: per gli ebrei praticanti esso permea ogni aspetto della vita quotidiana. In effetti non ci si potrebbe aspettare altrimenti da uno stato privo di una sua Costituzione, ma che fonda le sue leggi unicamente sulla base del testo sacro della Torah.

Poco più in là si trova il quartiere musulmano. Il sole è tramontato già da un pezzo, la giornata di Ramadan è terminata e le persone si accalcano in massa lungo i vicoli che conducono alla moschea per la preghiera della sera. Le strade sono addobbate da una miriade di lanterne coloratissime; il canto del muezzin che richiama i suoi fedeli possiede una fisicità non diversa da quella percepita poco prima davanti al Muro del Pianto.

È forse da quando la nostra società si è secolarizzata, che noi occidentali abbiamo perso questa affascinante dimensione sacrale delle masse? Dov’è che noi ancora possiamo trovare situazioni di affollamento simile? Forse al cinema oppure al centro commerciale? Com’è che per la cultura occidentale di oggi è impensabile conciliare la corporeità della vita in strada con il misticismo della spiritualità individuale? Sono due aspetti che invece in questa città magica si compenetrano perfettamente, e forse ne occorrerebbe trarre modello per misurare uno stile di vita che abbiamo dimenticato.

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