Israel (S)trip – diario di viaggio I° parte


Leggo il giornale stamane e tra i principali titoli c’è quello che riporta un attentato terroristico nei pressi di Eilat, la città costiera più a sud di Israele, affacciata sul Mar Rosso. Leggo e penso all’atmosfera godereccia e vacanziera che vi ho trovato poco meno di dieci giorni fa. Quei bus e quelle auto distrutte e quei razzi nascosti lungo la statale 12 e la statale 90 del deserto del Negev si sovrappongono all’immagine patinata dei bar sulle spiagge, che ci hanno accolti in Eilat avvolti dal caldo torrido mentre passavamo da una parte all’altra del confine. Per godere di Egitto e di Giordania. Allora penso. Come sono anacronistici quegli eserciti di pellegrini, che sbarcando in Israele a flusso continuo, si ostinano ancora a dire “Vado in vacanza in Terrasanta”…?

Giorno 1 – L’arrivo

Il viaggio in aereo è stato tranquillo. Né all’imbarco di Bologna né in quello di Roma ci hanno chiesto alcunché. Io e Franz atterriamo in piena notte all’aeroporto Ben Gurion, che altri non è che il nome del Primo Ministro della storia di Israele, nel 1948.

“Why are you visiting Israel?”: al desk del controllo passaporti rispondo che sto andando a trovare una coppia di amici che abitano a Rehovot, una cittadina a 15km da lì. Hai il biglietto del ritorno? Hai intenzione di rimanere lì oppure di spostarti? Come hai conosciuto i tuoi amici? “Abbiamo studiato insieme all’università”… invento di sana pianta e tiro fuori immediatamente il foglio in cui ho stampato la mail con il loro indirizzo di casa. Gabriele e Mattia in realtà non li ho ancora mai incontrati, so solo che Gabriele è il fratello del nostro amico Lollo, che è arrivato già il giorno prima. Ci stanno aspettando, tutti ormai semiaddormentati, nella casetta di Rehovot.

Usciti dal terminal troviamo degli schermi che riportano le distanze chilometriche e le corrispondenti tariffe dei taxi prestabilite per le principali città. Vorrei farli ammirare con piacere a quegli usurai dei tassisti italiani!

L’autista che ci carica in macchina è parecchio loquace, e così in breve tempo abbiamo la conferma di quello che alcuni giorni prima avevamo letto sul giornale: in Israele il costo della vita è aumentato notevolmente negli ultimi anni, e molta gente non ce la fa più. Tutto è iniziato dall’aumento del prezzo delle case, coinvolgendo poi altri settori come quello della sanità pubblica e dell’istruzione. Il tassista ci racconta che a Tel Aviv già da un paio di settimane ci sono tantissime persone accampate con la tenda lungo Rotschild, il boulevard principale della città. Protestano contro il carovita, perché tutte le tasse che i lavoratori pagano non vengono poi restituite alla collettività sottoforma di servizi pubblici. Perfino la categoria dei medici, che in Italia è una delle poche ad avere conservato degli stipendi sopra alla media, in Israele stenta ad arrivare alla fine del mese. Mentre ci perdiamo tra le strade di Rehovot, l’autista ci tiene a sottolineare che questo è un momento importante per il paese, perché è il primo vero episodio di sollevazione popolare sorto dal basso, in uno stato nato poco più di cinquant’anni fa e che non è abituato a protestare contro un governo tanto agognato. Ci lascia di fronte casa sostenendo che, visto il pugno di ferro delle autorità, secondo lui presto la rivolta assumerà forme più violente.

Com’è che l’Italia è quasi l’unico paese del Mediterraneo in cui gli indignati non sono ancora scesi in piazza?!?

Giorno 2 – Tel Aviv

Ci svegliamo con grande calma. Qualcuno sta già facendo i primi caffè. Oggi è mercoledì e Gabriele e Mattia sono andati a lavorare al Weizmann Institute of Science, all’interno del quale collaborano come ricercatori da un anno e mezzo. Nel salotto dove abbiamo dormito abbracciamo Lollo e Susi che non vediamo da un bel po’ di mesi, e facciamo conoscenza con tutti gli altri: Corrado, Edda e Michele saranno i nostri compagni di viaggio per le prossime due settimane. Nel primo pomeriggio andiamo a noleggiare due auto in un’agenzia della città dove ci raggiunge Emanuela, l’ultima ad unirsi al gruppo, appena atterrata a Ben Gurion e saltata sul primo taxi disponibile dall’aeroporto. Uno dei ragazzi dell’autonoleggio ci disegna una rudimentale mappa con le indicazioni per prendere la tangenziale verso Tel Aviv. Per fortuna che la maggior parte dei cartelli stradali, oltre ad avere le indicazioni in alfabeto ebraico e in arabo, riporta anche i nomi in inglese!

Sfidiamo il traffico caotico di Tel Aviv (mai sentiti così tanti clacson suonare contemporaneamente) e parcheggiamo nel bel mezzo del quartiere yemenita. Le strade sono un misto di colori e di odori originati dalla miriade di piccoli negozi che si incontrano lungo tutto il cammino: venditori di spezie e di stoffe convivono accanto a bar alla moda e a vetrine di design. Prima di arrivare al mercato Carmel, incontriamo un vecchio ebreo ortodosso dal cappello peloso e gigantesco. Ci chiede se siamo ebrei; niente da fare: sorridendo spiega che non potrà quindi interpretarci le scritture di Yahweh in cambio di qualche spicciolo. Il mercato sta chiudendo, riusciamo a trovare soltanto qualche bancarella ancora aperta da fotografare. Passiamo la serata a Jaffa, un’antica città che è stata completamente inglobata dalla periferia sud di Tel Aviv, dopo aver passeggiato nel lungomare al tramonto. A prima vista, le palme davanti ai lussuosi grattacieli che danno sul mare e le persone di tutte le età che fanno jogging armati di iPod, danno l’impressione di essere in una qualche spiaggia della Florida. Poi però si scorgono sulla riva intere famigliole di ebrei ortodossi vestiti di nero e dai lunghi boccoli laterali, e di colpo si ritorna all’atmosfera mistica del posto.

I prezzi dei bar e dei ristoranti sono davvero uguali a quelli europei, il tassista aveva perfettamente ragione! Ma ce ne dimentichiamo in fretta sorseggiando una birra ghiacciata e del buon pesce.

Ask me!

Giorno 3 – Welcome to Giordania

Partiamo! Siamo al completo, Mattia e Gabriele hanno preso un giorno di ferie per venire con noi in Giordania a visitare Petra (in Israele il giorno di riposo settimanale è Sabbath, il sabato, che corrisponde alla nostra domenica; in questo modo abbiamo a disposizione tre giorni di viaggio pieni). Prendiamo la statale 40 che attraversa il deserto del Negev, è incredibile come il paesaggio cambi completamente nel raggio di pochi chilometri appena ci dirigiamo verso sud. Facciamo sosta in un’oasi poco dopo Shitim, si tratta di un kibbutz che offre prodotti della terra coltivati dagli stessi gestori. Mangiamo uno shakshuka, un piatto a base di uova, pomodoro e cipolla che gli israeliani usano a colazione. Da questo momento in poi la cipolla sarà la nostra undicesima compagna di viaggio! Nei piatti tradizionali del Medio Oriente è presente in tutte le forme e a tutte le ore. Durante la strada scorgiamo numerose basi militari israeliane più o meno rintanate tra le rocce. Quello che invece non viene per niente tenuto velato sono i tanti carro armati che si muovono lenti sulla sabbia affiancando le macchine che corrono imperturbabili lungo la strada statale.

A metà pomeriggio arriviamo al confine con la Giordania nei pressi di Eilat, dove lasciamo la macchina perché è meglio non guidare auto con targa israeliana in territorio arabo. Veniamo accolti da un caldo soffocante e da un ragazzo in T-shirt, pantaloncini e mitra. Scopriremo poi che i ragazzi che prestano il servizio militare (in Israele è obbligatorio sia per i ragazzi che per le ragazze per un periodo variabile da uno a tre anni) non sempre indossano la loro divisa. Spesso l’unico elemento distintivo del soldato è proprio l’arma portata a tracolla con disinvoltura, quasi come fosse una borsetta o una macchina fotografica, e che a volte è quasi grande come il suo giovanissimo detentore. Il passaggio tra le due frontiere è l’emblema dello stato di polizia in cui si trova il paese: se al check point israeliano siamo soggetti a controlli sui bagagli, sui passaporti, su cosa facciamo o non facciamo nella vita, sul perché ci troviamo lì (e guai a stazionare lungo la banchina!), al posto di blocco giordano veniamo invece accolti da ritmi e da modalità molto più “rilassate”. Basti dire che l’ufficiale preposto alla verifica dei documenti non ha fretta di controllare chi siamo e dove andiamo, perché è l’ora della preghiera pomeridiana e ha bisogno di una decina di minuti da dedicare alla Mecca. Una volta entrati in Giordania veniamo letteralmente circondati da un gruppo di tassisti pronti a contrattare il prezzo per condurci a Petra. Siamo in tanti quindi servono tre taxi, ma non riusciamo ad ottenere uno sconto conveniente. Ci distribuiamo in modo svelto e caotico, così io e Franz finiamo ad avere un taxi intero per due, guidato da un ragazzino che parla continuamente al cellulare in una lingua che ovviamente non capiamo. Ad un certo punto notiamo che il nostro “tassista” prende una direzione diversa rispetto agli altri, e si dirige in poco rassicuranti vicoli alla periferia di Aqaba. La macchina si ferma e da un’altra macchina posteggiata lì accanto esce un uomo ben massiccio, che ci dice in un inglese stentato che il nostro tassista sta arrivando. Per fortuna è vero, e dopo avere immaginato chissà quali turpi epiloghi, sopraggiunge una terza auto con un vero tassista a bordo! Ritroviamo gli altri poco lontano, fermi ad un distributore, e non capiamo se stiamo sudando di più per il caldo oppure per lo spavento.

Petra dista circa 200km, quindi il viaggio dura un paio d’ore intramezzato da numerose soste. I tre autisti corrono a una velocità incredibile, ma scopriamo di essere stati i due più fortunati perché dagli altri taxi fuoriesce una musica araba assordante sparata al massimo volume. Uno dei due guida cantando a squarciagola e battendo le mani, così che il volante fa da sé sotto lo sguardo impietrito dei nostri amici che non sanno se è meglio riderci su oppure fare finta di niente. Tra le varie pause, dopo esserci fermati nei bazar dei vari amici e conoscenti, concludiamo con lo splendido tramonto tra le rocce del deserto, mentre gli autisti ci coinvolgono in una danza collettiva scandita dalle casse altisonanti del taxi più pazzo. Arriviamo distrutti all’hotel di Wadi Musa, dove veniamo accolti da un oste premurosissimo, visto che siamo gli unici clienti della struttura. Esce a cena con noi a mangiare del pollo dato che ha appena terminato la giornata di Ramadan, e dopo un paio di chiamate ai suoi dipendenti, ci delizia con un bagno turco e un massaggio al terzo piano dell’hotel.

Giorno 4 -Petra

Dopo l’indimenticabile colazione in terrazza (come non dimenticare il pane ghiacciato e la frittata scolorita alle 7 e mezza del mattino!) ci rechiamo all’ingresso dell’antica città di Petra, patrimonio dell’umanità. Più che patrimonio universale ci sembra piuttosto la gallina d’oro del governo giordano, dato che l’ingresso per una giornata costa 50 dollari giordani (pari a 50 euro) a testa. Armati di kefiah e dopo un’entrata trionfante a cavallo per compiere i 500 metri di tragitto che separano l’ingresso dai primi canyon naturali scavati tra le rocce, nelle prossime dodici ore cammineremo, ci stancheremo, ci riposeremo, parleremo con le genti del posto. I beduini, o abitanti del deserto, un tempo vivevano davvero a Petra. Poi con l’avvento del turismo di massa, la maggior parte è stata allontanata dal sito e confinata in cima alla collina adiacente. In cambio di sopravvivere durante il giorno all’interno dei loro territori vendendo ai turisti souvenirs, bevande fresche e passaggi sulla groppa dei loro muli, queste popolazioni nomadi hanno dovuto cedere al compromesso offerto loro dai “cittadini”, e costruirsi un villaggio dormitorio fatto di casette di cemento. È proprio sulla sommità dei dolci muli (uno dei bambini che ci fa da guida mi svela che quello che mi sta trasportando si chiama Michael Jackson), che affrontiamo la lunga salita che conduce in cima alla montagna, dove sorge il “Monastero”. Un cartello ci indica di salire poco più su per contemplare the most beautiful sight in Petra, ed è davvero di parola. Siamo nel punto più alto nel quale è accampato un beduino con la sua tenda tappezzata di collane, ma a cui non interessa venderci souvenirs, quanto piuttosto suonare il liuto intonando dei canti mozzafiato al tramontare del sole. Un altro crepuscolo memorabile! Mentre lui canta si arrampicano dal retro della tenda altri due giovanissimi ragazzi del posto. Parliamo di Petra, ci raccontano dei posti del mondo in cui sono stati, ma ci dicono che in fondo stanno bene qui. E non sentono il bisogno di spostarsi: non andrebbero mai a vivere in “città”, figuriamoci in un Paese occidentale! A malincuore dobbiamo iniziare la lunga discesa a piedi, prima che il buio ci impedisca di vedere i gradini. Uno dei due ragazzi ci accompagna lungo il tragitto, senza accorgercene notiamo all’improvviso che è salito in cima al Monastero, e salta con disinvoltura da un capitello all’altro ad un’altezza di circa 50 metri!

In un chiosco del sentiero ci offre del tè alla menta e racconta di essere il figlio del capo delle sei tribù locali. È bello percepire la sua visione del mondo e della natura, ha soli 22 anni ma la sua saggezza è molto più antica. Ci chiede di seguirlo verso il villaggio artificiale, perché vuole invitarci a cenare tra le dune di Little Petra offrendoci, insieme ai suoi amici, il pollo cucinato sotto alla sabbia. Inizialmente titubanti, decidiamo di accettare. L’oste non è molto contento di non averci in hotel per la cena, e ci dice di stare in guardia dai beduini. Si rivelerà essere poi un ammonimento fasullo, causato dal suo timore di perdere il business, cioè noi.

Il falò passato con quei ragazzi del deserto è stato invece una raccolta degli attimi più belli del viaggio. Quegli occhi neri che sguazzavano vivaci sotto una coperta di stelle, sono i guardiani dei più profondi segreti del mondo.

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