Quello che le Cartiere non dicono


La facciata della Cartiera

Ci sono manifatture che rimangono più o meno immutate nel tempo. Altre invece vengono “aggiustate” per trovare un nuovo ruolo più coerente con le esigenze del momento. Qualche ristrutturazione, qualche cambio di destinazione, et voilà, la riconversione. Ci vogliono sicuramente alcuni anni di lavoro e dei soggetti, pubblici o privati, interessati ad investire molti quattrini in progetti concreti.

Questo è il caso a Bologna dell’ex Manifattura Tabacchi, oggi sede della Cineteca Comunale, oppure dell’ex Forno del Pane i cui spazi ora ospitano il Mambo (Museo d’Arte Moderna di Bologna), situato accanto alla vecchia Salara, l’antico deposito del sale, divenuto da

quasi dieci anni la sede del Cassero, l’attivo Circolo Arcigay della città.

Ci sono invece stabilimenti che, sebbene vantino anch’essi una lunga tradizione ed abbiano profondamente influenzato l’economia di un territorio, vengono abbandonati a loro stessi, lasciando allo sbando dipendenti ed operai, oltre a danneggiare fortemente l’ambiente. Mandando nel degrado più totale quelle mura, quelle macchine e quegli attrezzi che un tempo erano fonte di sostentamento per gran parte della collettività locale.

A poca distanza da Bologna, per la precisione a circa 14 km in direzione sud ovest, cioè a Borgonuovo di Sasso Marconi a ridosso della omonima stazione ferroviaria, si trovano le vecchie rovine della Cartiera del Maglio. “Rovine” forse può sembrare un termine eccessivo: dall’esterno la fabbrica appare sicuramente abbandonata, ma con le mura perimetrali e le finestre semi intatte. All’interno però si trova tristemente in avanzato stato di degrado. L’azienda, tra le più importanti leader nella produzione nazionale di carta da sigaretta (oltre alla fabbricazione di numerosi tipi di lavorazioni secondarie), ha cessato la sua attività nel maggio 2008. Dopo alcune possibilità di speranza, rivelatesi vane, nel trovare dei nuovi acquirenti interessati a riavviare l’attività, la cartiera ha mandato in cassa integrazione i propri dipendenti, mentre la maggior parte dei macchinari sono stati venduti all’asta pubblica quasi due anni dopo il fallimento. La cartiera comprende più piani e una superficie molto ampia. È sorprendente vedere all’interno dello stesso edificio una varietà architettonica così vasta. D’altronde la lavorazione della carta richiede un gran impiego di risorse naturali come l’acqua, di risorse chimiche come gli acidi utilizzati per la lavorazione delle fibre e di investimenti tecnici tra cui le macchine per la pressatura, lo sbiancamento e la patinatura.

Un'ala della ex fabbrica
Lo spreco dei materiali abbandonati

Non si tratta quindi di una struttura facilmente riconvertibile: sono presenti grandi vasche molto profonde e situate su più livelli, oltre a rugginose cisterne che un tempo contenevano sostanze molto delicate come la soda caustica e il solfuro di sodio. La cosa più sconcertante, nella nostra esplorazione, è il fatto che sembra quasi che la cartiera sia stata abbandonata all’improvviso da un momento all’altro. Nell’area amministrativa gli uffici conservano ancora tutti gli oggetti al loro posto, quasi fossero pronti per una nuova giornata di lavoro: taccuini pieni di appunti appoggiati sopra le scrivanie, registri aziendali ordinati nei loro scaffali e perfino la giacca di un tailleur appesa ad una porta. Nei laboratori una volta adibiti ai test chimici si scorgono intatti sacchetti contenenti provette di vetro e bottiglie di reagenti. Del nostro piccolo gruppo “perlustrativo” fa parte una persona che lavora nell’ambito della ricerca universitaria. Emblematico il suo commento nell’osservare lo stato delle cose davanti ai nostri occhi: “Questi materiali sono costosissimi, è uno spreco vederli qui abbandonati. Se solo qualcuno avesse pensato a donarli agli ospedali o alle università, prima che il tempo li deteriorasse …”.

Altre aree della cartiera sono invece diventati luoghi quasi spettrali. Sembrano dei set cinematografici: rosse tende ridotte a brandelli resistono attaccate a finestre dinanzi a un paesaggio desolato, fatto di capannoni e di magazzini deserti. Altrove vi sono stanze il cui pavimento è un caotico tappeto composto da rotoli di carta velina, cartine da filtro, buste per raccomandate, etichette con il logo della manifattura. Sono stati rovesciati per terra e mescolati insieme chili e chili di diversi prodotti della cartiera.

Retro della cartiera
 In un’epoca in cui le più inefficienti e criminose aziende italiane vengono “salvate” da una pioggia di finanziamenti pubblici, come mai la secolare attività tipica della Valle del Reno non ha avuto una seconda possibilità?

 

 

Occorre segnalare che le istituzioni locali hanno cercato di ridurre al minimo il danno, senza però ottenere alcun risultato. Tra le varie proposte vi era stata anche quella di coinvolgere Hera Bologna, la società multi utility di servizi pubblici comunali (ex municipalizzata), in un progetto di riorganizzazione produttiva: Hera avrebbe conferito alla cartiera la sua raccolta riciclata di carta da mandare al macero. Con l’impiego delle risorse, delle tecniche e del know how della manifattura, la carta si sarebbe potuta nuovamente macerare e disinchiostrare per produrre nuovi articoli, come ad esempio la cancelleria per gli enti pubblici e per le scuole del territorio.

Non sappiamo se tale proposta sia stata mai presa in considerazione e se la sua fattibilità sia stata seriamente discussa o meno, quello che è certo è che ad oggi l’area costituisce un grande scempio, al tempo stesso ambientale, economico e sociale.

Se la possibilità di riutilizzare l’ex fabbrica per degli scopi affini a quelli per i quali era stata creata (passare al riciclo della carta, anziché produrla ex novo), è attualmente diventata impossibile a causa del forte stato di deterioramento in cui si trova, perché non concedergli nuova vita destinandola ad un utilizzo completamente diverso, seguendo l’esempio della ex Manifattura Tabacchi, dell’ex Forno comunale e della ex Salara citate sopra?

Purtroppo sono numerosi gli spazi urbani non più utilizzati, ma alcuni modelli dimostrano che lasciando spazio alla creatività delle organizzazioni culturali è possibile riuscire ad ottenere soluzioni nuove e vincenti, che imprenditori poco illuminati ed amministrazioni poco intraprendenti non sono in grado di cogliere.

Perché non aprire un bando che per confrontare la fattibilità dei migliori progetti di riqualificazione? Sarebbe affascinante dare voce, in quella pluralità di ambienti architettonici del quale consta la cartiera, a diverse realtà in grado di dare vita a laboratori fotografici, pittorici, grafici e, perché no, musicali. A maggior ragione si tratta di un’area situata in una zona periferica del paese di Borgonuovo, nelle vicinanze di un fiume e ai piedi dei colli che precedono Monte Sole, un territorio sicuramente capace di attirare un certo interesse già soltanto dal punto di vista paesaggistico.

Lasceremo forse per l’ennesima volta che siano sempre i soliti “pochi” a decidere, o meglio, a non decidere, delle sorti comuni a danno dell’intera collettività?

Che cosa stiamo aspettando?

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5 thoughts on “Quello che le Cartiere non dicono

  1. ciao martina! perdona il ritardo, spero non sia troppo tardi per la tua richiesta, appena riesci scrivimi di seguito il tuo indirizzo email che ti ricontatto in privato con i link! ciao a presto

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  2. Salve, sono una studentessa di architettura che sta elaborando una tesi sull’area industriale di borgonuovo e mi chiedevo se fosse possibile avere un suo contatto per vedere tutte le foto del sopralluogo che ha fatto all’interno della cartiera del maglio…

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  3. esattamente! E, visto che va di moda, se proprio vogliamo metterla in termini utilitaristici, è estremamente anti-economico non riqualificare gli spazi inutilizzati.
    Purtroppo oggi con le leggi che ci sono, è più facile avere la concessione per edificare un terreno piuttosto che recuperare i fabbricati che già ci sono!!!
    Un paradosso che per fortuna altrove è sconosciuto. Vedi Belgio o Germania dove non si butta via niente: chiese sconsacrate che diventano sedi di associazioni culturali, fabbriche che diventano “loft” a prezzi più che popolari, etc.

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  4. bello brava brava!
    anche a Napoli i “non luoghi” non si contano più, mentre la nostra associazione, come molte altre del territorio, non può permettersi una sede per laboratori e attività…sbaglio o ci perdiamo tutti?

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