Mangio ergo sum? (aggiungerei: ergo hai anche il potere di cambiare il mondo)


Li abbiamo conosciuti ad uno dei loro frequenti incontri pubblici. Questa sera il dibattito riguardava il tema dell’ alimentazione sostenibile, niente di più azzeccato in periodo di abbuffate natalizie. A tenere viva la discussione non è un ospite esterno, bensì una delle voci impegnate in prima persona all’interno della Transition Town di Monteveglio, il medico veterinario Davide Bochicchio, ricercatore presso il CRA (Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura) e professore a contratto di “Chimica degli alimenti” presso l’Università di Bologna. Si parla del sistema di produzione agroindustriale odierno, e di come l’industria alimentare sia cambiata per far fronte all’aumento dei consumi. O forse, chi scrive si permette di sostenere che è vero anche il contrario, ovverosia come il nostro modo di consumare (infelice verbo sul quale il sociologo Baudrillard si è soffermato a lungo nella sua “Società dei consumi”) sia stato profondamente trasformato da quando l’agricoltura e l’allevamento sono diventati chimici e intensivi. Ricordo che all’università venivamo indottrinati su quanto l’Unione Europea fosse così brava con la sua P.A.C. (Politica Agricola Comunitaria) a mantenere stabili i prezzi dei prodotti agricoli, perché quando non riusciva a rifilare le eccedenze alimentari sottocosto ai paesi extraeuropei, semplicemente le distruggeva. Oppure ci propinavano le teorie sui miracoli della G.D.O. (Grande Distribuzione Organizzata), che rendeva accessibile grazie alla formula del discount un’infinità di prodotti sottocosto. Che però provengono da dove? E contengono che cosa?

Se il costo (e la possibilità di guadagnare di più, spendendo di meno) ha preso il sopravvento sulla qualità delle nostre tanto amate verdure di plastica della Coop, è esclusivamente colpa di tutti noi!

In seguito alla rivoluzione verde degli anni ’60 l’ecosistema si è notevolmente deteriorato: l’abuso di sostanze chimiche in agricoltura ha inquinato i suoli e le falde acquifere, rendendo i terreni sempre più sterili e accelerando la desertificazione. Inoltre l’introduzione di varietà geneticamente modificate ha ridotto enormemente la biodiversità del pianeta. Agli animali da allevamento che si nutrono di erbe e foglie, si è cominciato a somministrare loro dei mangimi animali e qualche ormone per rendere le loro carni più saporite….un po’ come se a noi qualcuno un giorno servisse un bel piatto colmo di fiocchi di cotone e bastoncini di legno e ci dicesse che da oggi il nostro intestino si dovrà abituare a digerirli!

Mentre la mia mente viaggia sulla scia di tali considerazioni, Bochicchio si sofferma su come la nostra dieta negli ultimi 50 anni si sia squilibrata a favore di un maggiore consumo di carne e di cereali, a scapito di altri elementi altrettanto ricchi di proteine come i legumi, o di fibre come i cibi a base di farine integrali scarsamente lavorate. Nel dibattito viene posto l’accento sul fatto che nelle società in cui il benessere economico si è maggiormente diffuso, il cambiamento degli stili di vita e dei consumi alimentari abbia inciso anche sull’aumento di malattie cardiovascolari e tumorali. Mangiamo alimenti troppo raffinati e artificiali, così che i nostri fegati e intestini non lavorano più come quelli dei nostri nonni.

Basta visitare il sito della FAO (www.fao.org) per venire a conoscenza del fatto che il 70% delle terre nel mondo vengano coltivate esclusivamente per dar da mangiare a degli animali, che a loro volta saranno mangiati soltanto dal 20% della popolazione “ricca” del pianeta. Ciò non significa che bisogna per forza diventare vegetariani, infatti frutta e verdura non sono indenni dal dibattito sull’alimentazione sostenibile: non ha senso mangiare fragole a Natale e arance a Ferragosto, perché le possibilità sono due: o vengono dall’altra parte del mondo e sono giunte sui nostri tavoli inquinando suoli e acque durante il viaggio, oppure sono state coltivate a pochi kilometri di distanza in ambienti artificiali tenuti in vita grazie a qualche aggiustamento chimico, se non genetico.

Se dopo aver letto queste righe vi è venuta voglia di fare qualcosa per cercare di limitare al minimo il danno, forse è consigliabile stare un po’ più attenti a partire da oggi a quello che mangiamo. Non capita anche a voi che mentre “gustate” una bistecca della Pam, pensate che non sappia esattamente da niente, cioè abbia quasi lo stesso identico gusto dei pomodori dell’Auchan?

Per evitare tali effetti indesiderati, broccoli e buoi dei paesi tuoi: mangiare preferibilmente biologico (leggete le etichette!), prediligere gli alimenti integrali e non quelli troppo lavorati, meno carne e più vegetali, utilizzare sia olio di oliva che burro (da sempre bistrattato!), frutta e verdura di stagione, prodotti locali in quanto più facilmente controllabili (meglio ancora se a km zero) e autoprodotti, evitando così inutili confezioni di plastica e cartone.

Infine basta con il luogo comune che l’acqua di rubinetto faccia venire i calcoli renali (quella che compriamo ce li fa venire ugualmente e pure a prezzo maggiorato!) e last but not least, cucina tu sporcando qualche pentola in più, ma almeno la tua cultura culinaria non sarà limitata a quei quattro sughi in croce dei quattro salti in padella!

Per chi abita nei dintorni di Bologna o di Venezia è semplice iniziare: a Bologna ogni sabato mattina nel piazzale della Cineteca Lumière è possibile fare la spesa a prezzi più che abbordabili acquistando direttamente presso i banchetti dei produttori locali. A Venezia i contadini dell’isola vicina di Sant’Erasmo portano con la loro barchetta ogni mercoledì e venerdì sera sacchi pieni di verdure di stagione coltivate da loro per tutti quelli che le hanno ordinate per e-mail la settimana precedente.

Meglio ancora sarebbe, per chi ne ha la possibilità, costruirsi un piccolo tavolo-orto per far crescere in casa almeno lo stretto necessario (piante aromatiche o altri vegetali a misura di terrazzo).

La Transition Town di Monteveglio invece riesce a fare molto di più: ci sono i gruppi organizzati per l’acquisto collettivo di verdure e farina, scontando dal produttore della zona una buona riduzione di prezzo dovuta all’economia di scala. Da parte sua il contadino locale ci guadagna nella sicurezza di poter vendere una gran quantità certa ad una clientela che si trova in loco. Clienti che magari sono disposti a fornire qualche anticipo per “fermare” l’ordine, permettendo al coltivatore di svolgere la sua attività con le risorse di cui ha bisogno, senza dover per forza richiedere finanziamenti indebitandosi presso gli istituti di credito.

Non ci si guadagna di più nelle relazioni, e meno in colesterolo?

P.S. Per la redazione di questo articolo ho utilizzato le informazioni fornite durante l’incontro del 10 dicembre 2010 “Alimentazione Sostenibile”, organizzato dalla Transition Town di Monteveglio, che ringrazio sentitamente. In ogni caso le riflessioni qui poste restano in capo a chi scrive, sollevando da ogni responsabilità i luoghi e le persone nominate.
Annunci

2 thoughts on “Mangio ergo sum? (aggiungerei: ergo hai anche il potere di cambiare il mondo)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...