Happiness is not for heroes (come un vecchio pezzo dei Negazione)


Qualche giorno fa durante uno dei miei infiniti viaggi in treno è salita sul mio vagone una ragazza con una grande valigia. Con accento est europeo ha chiesto a me e al ragazzo seduto al mio fianco se era libero il posto di fronte a noi. Le abbiamo risposto entrambi di sì e si è seduta.

Aveva all’incirca venticinque anni e una gran voglia di parlare. Con il pretesto dei soliti ritardi di Trenitalia ha iniziato a raccontare di come viaggia raramente da sola, perché di solito si sposta in macchina con suo marito o con suo padre, che entrambi vivono in Italia. Era stata al mare alcuni giorni insieme al marito e ora stava tornando a casa, da sola perché lui l’avrebbe raggiunta la settimana successiva. Aveva anche una gran fame perché dalla fretta di prendere il treno aveva saltato il pasto, ma una fame così forte che non vedeva l’ora di arrivare alla sua fermata  e comprarsi qualcosa. Il ragazzo seduto a fianco a me, sui trent’anni ma con un umorismo di quindici anni di meno, a quel punto ha commentato: “Ma va là, che con tutta questa fame sarai incinta!”. Di colpo lei ha perso il sorriso ed ha risposto: “Spero di no, non voglio che mio figlio assomigli a lui.”

La sua storia è la storia di una ragazza e di un ragazzo che da piccoli si erano innamorati, ma quando lei era giunta in età da matrimonio, la sua famiglia si era posta il problema (per le figlie femmine è un vero problema) di a chi darla in sposa. Era (ed è) giovane e carina, e così tra i vari pretendenti ha vinto quello più ricco, che non è la persona che amava. Si è sposata con un matrimonio combinato perché così è che si fa, del resto anche i suoi genitori si sono sposati senza amarsi perché lo hanno deciso le loro famiglie. Il trentenne un po’ ingenuo a quel punto le ha chiesto: “Ma puoi sempre chiedere la separazione, no?” “Dipendo da mio marito e mio padre, dove potrei andare io senza di loro?”

Ciò che mi ha colpito di più è che contemporaneamente, pochi sedili più in là, c’era seduta una coppia di vecchietti appena tornata dalle terme. Sui settant’anni, lui leggeva un giallo in inglese e lei sfogliava La Repubblica. Con una mano impugnavano la pagina e con la mano libera si stringevano la mano.

È agghiacciante pensare a situazioni come queste, tuttora. Nel mondo, ma anche in paesi molto vicini al nostro. Qualche settimana fa sull’Internazionale c’era proprio un reportage che parlava del fenomeno delle “Spose rapite” in Georgia. Un articolo si può trovare anche sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso:

http://www.balcanicaucaso.org/ita/Tutte-le-notizie/Le-spose-rubate-della-Georgia-del-sud

Ancora più agghiacciante è il fatto che si tratta di donne dimenticate, di realtà che stanno sedute proprio di fronte al nostro sedile, sulle quali però, a meno che non ce ne imbattiamo per caso come è successo a me, non riflettiamo abbastanza o se non altro quanto dovremmo (io in primis) quando ci struggiamo su come sono limitanti o limitate le nostre scelte della vita di tutti i giorni.

Siamo noi oppure loro, le persone più tristi?

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