PRIMAVERA SOUND 2010 (seconda parte)


Verso le 18 TUTA è di nuovo al Forum: il primo pomeriggio invece è scivolato via per le stradine di Barceloneta fino al pranzo (ad orari spagnoli chiaramente) ristoratore da Filferro.

Come primo concerto ci aspettano al main stage i New Pornographers, altro collettivo canadese di spessore, che portano a Barcellona il loro inconfondibile power-pop.  Erano molto piaciuti con ‘Twin Cinema’, un album in cui prendono tutte le loro esperienze e la propria formazione musicale e fondono folk, country, pop, rock e wave in semplici canzoni; un po’ meno con l’ultimo album ‘Together’. Sulla performance non c’è molto da dire: precisa ma non emozionante, pop rock eseguito alla perfezione, ma alla lunga un po’ noiosa.

Quindi si va al Vice a vedere i Thee Oh Sees: sono in quattro (una donna e tre uomini) e suonano vicini come a non voler far passare neanche uno spiffero. Fanno un garage – rock  alcolizzato (in tutti i sensi) scandito da lalala innocenti e ossessivi che vanno a schiantarsi su strutture di due accordi due straordinariamente efficaci: non male.

Al palco principale è la volta degli Spoon, il gruppo di Austin arrivato al settimo album in questo 2010. Britt Daniel si rivela un ottimo performer, la sua voce infatti è identica a quella che si sente nei dischi e la sua presenza scenica è catalizzante. Il suono degli Spoon è decisamente più ruvido che sull’ovattato ‘Transference’ e anche le canzoni da lì provenienti acquistano una maggiore vitalità che rende loro giustizia. E’ la tastiera di Eric Harvey che regge molti dei brani, con la chitarra di Britt che funziona quasi da ritmica aggiunta, per guadagnare spazio lungo il decorso del live dove ripercorrono con sguardo generoso il loro repertorio, sviscerando una collezione di notevolissime canzoni sparse nel tempo.

Finiti gli Spoon TUTA si sposta rapidamente al palco ATP dove in prima fila la attendono i compagni di festival per sentire i BEACH HOUSE. La scenografia è evocativa, sul palco, nei pressi delle tre postazioni dei musicisti due ombrelloni da spiaggia ricoperti di piume bianche rendono l’atmosfera sognante ancora prima che venga suonata una singola nota.

Per l’occasione l’arena dell’ATP è stracolma e tutti i presenti si trovano in uno stato di venerazione per Victoria Legrand, una sorta di vestale dark messa al centro del palco che dietro la sua pianola agita a tempo i suoi lunghi capelli; sembra quasi danzare impossessata in una sorta di rito pagano. Il contrasto tra l’estrema delicatezza delle orchestrazioni e la possente magniloquenza vocale della Legrand è meraviglioso: il primo brano della scaletta è Walk In The Park, ma l’apoteosi si raggiunge con Zebra, il singolone dell’ultimo album. L’unico problema purtroppo era la nostra posizione; essendo a ridosso del palco l’acustica ahimè era pessima.

Finiti i Beach House si fa una volata al San Miguel per i Wilco: la band capitanata da Jeff Tweedy è accolta da una folla in visibilio. Si inizia con Wilco The Song cantata a squarciagola, così come si lasciano cantare a gran voce un po’ tutte le canzoni del gruppo di Chicago. A inizio set ci sono stati un po’ di problemi tecnici (spariscono basso e chitarre) ma Tweedy non si perde d’animo e chiede al pubblico di accompagnarlo per Jesus Etc fatta con voce e chitarra. Il concerto si dipana per un’ora e mezza molto intenso in un alternarsi di ballate e scariche di energia pura. Non mancano gli assoli di chitarra di Nels Cline fino a uno stand up di Glenn Kotche dalla batteria ad incendiare il pubblico per l’intro di I’m The Man Who Loves You. Si va avanti fino a mezzanotte quando il gruppo lascia il palco tra applausi scroscianti e vane richieste di bis.

Dopo una breve pausa TUTA si dirige al palco Pitchfork dove si vede un pezzo del concerto dei Cold Cave piacevoli con i loro sinth revival del suono di Manchester.

Infine ci sarebbe stato il pezzo forte ovvero il concerto dei Pixies ma la stanchezza ha preso il sopravvento e a malincuore TUTA spossata si avvia verso casa.

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