Il potere del tifoso


L’altra sera camminando per i vicoli del centro ho notato una quantità anomala e sospetta di bandiere italiane appese ai balconi delle finestre. Dopo qualche perplessità, penso: “Stasera non ci sarà mica la partita dell’Italia ai mondiali?!?”

Chissà perché diventiamo patriottici soltanto per un mese ogni quattro anni, mentre per i restanti 3 anni e undici mesi quello che accade alle sorti (non calcistiche) del nostro impacciato e goffo paese ci colpisce poco o niente. E così l’Italia continua a fare figure di merda con gli altri membri dell’Unione Europea, e persevera negli incidenti diplomatici e nelle gaffe da quattro soldi con i più svariati stati del mondo. In questi casi chi è che si sente offeso come italiano? Si tratta di cadute di stile con ripercussioni diverse rispetto a quelle di Pepe durante la partita di lunedì, ma che si esauriscono entrambe con le chiacchiere da bar, e il giorno dopo nessuno ne parla più.

Emblematica è anche quella volta che di domenica pomeriggio volevo salire su, su, alla collina del santuario. La scalinata inizia proprio a ridosso dello stadio. Arrivo all’incrocio poco prima dei gradini, e vedo una gran quantità di gente ferma in mezzo alla strada, qualcuno in piedi e chi seduto ai bordi del marciapiede. Al centro un cordone umano formato da poliziotti, tranquillamente in fila uno accanto all’altro. Non mi lasciano oltrepassare la loro barriera per poter iniziare la mia salita, chiedo: “Come mai? È successo qualcosa?” “Bisogna aspettare il deflusso dei tifosi, lei adesso non può attraversare questa zona”. Una signora che fa parte del gruppo di persone rassegnate, seduta sul marciapiede con una bambina in braccio, domanda da lontano: “Ma quanto ancora dobbiamo aspettare?”“Signo’, questo proprio non glielo so dire. Dipende dai tifosi…”. Un quartiere diviso a metà da un muro di polizia, per una partita. Una versione di Berlino est e di Berlino ovest in scala ridotta e in una variante più pecoreccia. E noi paghiamo.

Così il calcio diventa una catarsi, in questa paralisi generalizzata in cui ci troviamo ora. Nel calcio proiettiamo i nostri sogni, e i nostri fallimenti. Nel calcio le nostre aspirazioni di rivalsa divengono realtà, oppure svaniscono nella frazione di secondo di un rigore sbagliato. 90 minuti: o pareggio o vittoria o sconfitta. Rapidità e tangibilità che nel mondo di tutti i giorni non si trovano, rinunciando a tifare per un paese migliore. Il potere del tifoso, quello di bloccare mezza città durante il campionato, e una nazione intera durante i mondiali, dovrebbe farci meditare a proposito dei nostri cervelli lobotomizzati.

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