Guy Debord: una sibilla per i nostri nuovi miti di oggi


…A proposito degli ultimi due articoli pubblicati, ecco un’interessante teoria di Guy Debord.

Scritto quarant’anni fa, il suo pensiero riassunto in “La società dello spettacolo” (ed. italiana 2001, Baldini e Castoldi, Milano) fa paura. Molta Paura. Senza entrare nel merito se l’aggressione a B. sia stata reale o costruita, e senza approfondire la spinosa questione del caporalato mafioso che schiavizza senza fine moltitudini di migranti, questa lettura avvalla una tesi molto attuale, anzi attualissima: esiste solo quello che si vede. Soltanto ciò di cui i media parlano e ciò che telecamere e foto mostrano. Tutto quello che c’è dietro le quinte del palcoscenico, tutto quello che appartiene a punti di vista fuori dal coro mediatico,  non esistono in quanto non “SPETTACOLARIZZATI”.

Il libro di Debord iniziava così:

“L’intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. Le immagini che si sono staccate da ciascun aspetto della vita, si fondono in un unico insieme, in cui l’unità di questa vita non può più essere ristabilita. La realtà considerata parzialmente si dispiega nella propria unità generale in quanto pseudo-mondo a parte, oggetto di sola contemplazione. La specializzazione delle immagini del mondo si ritrova, realizzata, nel mondo dell’immagine resa autonoma, in cui il mentitore mente a se stesso. Lo spettacolo in generale, come inversione concreta della vita, è il movimento autonomo del non-vivente”.

Ed ancora: “(…) Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra le persone, mediato dalle immagini. (…) Lo spettacolo sottomette gli uomini viventi nella misura in cui l’economia li ha totalmente sottomessi. Esso non è altro che l’economia sviluppantesi per se stessa. E’ il riflesso fedele della produzione delle cose e l’oggettivazione infedele dei produttori. La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale aveva originato, nella definizione di ogni realizzazione umana, un’evidente degradazione dell’essere in avere. La fase presente dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia, conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, da cui ogni “avere” effettivo deve desumere il proprio prestigio immediato e la propria funzione ultima. Nello stesso tempo ogni realtà individuale è divenuta sociale, direttamente dipendente dalla potenza sociale da essa plasmata. Le è permesso di apparire solo in ciò che essa non è”.

Scrivono Carlo Freccero e Daniela Strumia nella prefazione alla “Società dello spettacolo”:

Guy Debord con questo libro scritto nel 1967, agli albori dell’era televisiva, ha intuito con lucidità agghiacciante che il mondo reale si sarebbe trasformato in immagini, che lo spettacolo sarebbe diventato “la principale produzione della società attuale”. Siamo entrati nell’epoca dello “spettacolo integrato”: è la fine della storia, “il crimine perfetto”, che “ha soppresso la realtà”.

Buona lettura.

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